Non c’è nessun ospedale pubblico di Roma e del Lazio nella classifica delle migliori 200 strutture sanitarie del mondo. La prima italiana, al 33esimo posto, è in realtà “l’ospedale del Papa”: il policlinico Gemelli.
( nella foto in apertura il Policlinico Gemelli, la 33° struttura sanitaria migliore al mondo per la rivista USA Newsweek )
E anche l’altra struttura specialistica presente nella classifica della rivista statunitense Newsweek è di proprietà dello Stato Vaticano: il Bambino Gesù “1° Ospedale Pediatrico D’Europa e 6° al Mondo”.
Per trovare il primo ospedale pubblico del Lazio bisogna scorrere fino al 203esimo posto con il Sant’Andrea di Roma.
Però, prima dell’unico nosocomio pubblico laziale, nella classifica se ne trovano altri 10 delle altre Regioni del centro-nord: al 43esimo posto il “Grande Ospedale Metropolitano Niguarda” di Milano; al 51° l’Istituto Clinico Humanitas – Rozzano (MI); al 57° l’Ospedale San Raffaele del Gruppo San Donato di Milano; al 76° il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna; al 104° l’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo; al 127° l’Azienda Ospedale Università Padova; al 134° l’Ospedale Policlinico San Matteo di Pavia; al 142° l’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona – Ospedale Borgo Trento – Verona; al 192° l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze e al 198° il Policlinico di Modena.
Questa la nuova classifica mondiale “World’s Best Hospitals 2026”, realizzata da “Newsweek” in collaborazione con Statista, che individua i 250 ospedali più importanti del mondo.
Una graduatoria che tiene conto di raccomandazioni cliniche, indicatori di qualità delle cure, dati sull’esperienza dei pazienti e sull’implementazione delle misure di outcome riferiti direttamente dai pazienti.
LA CLASSIFICA NAZIONALE -
Ma già nel dicembre scorso nessun ospedale romano e laziale risultavano nella classifica nazionale dei 15 migliori nosocomi italiani.
Anche nella graduatoria dei Top-15, stilata dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), primeggiavano le strutture lombardo-venete e tosco-emiliane, ma figurano anche presidi umbro-marchigiani e l’unico del Sud, il napoletano Federico II.
Mentre nessun ospedale di tutto il Lazio è riuscito a raggiungere un “livello alto o molto alto” su almeno 6 aree cliniche esaminate dalle cartelle cliniche al vaglio dei tecnici ministeriali.
E’ quanto è emerso 2 mesi fa dal “Piano nazionale esiti 2025”, che ha analizzato le prestazioni ospedaliere nelle aree cardiocircolatorio, nervoso, respiratorio, chirurgia generale e oncologica, gravidanza e parto, osteomuscolare, nefrologia.
Il Lazio figura, invece, al terzo posto del mesto podio relativo all’elenco di quegli ospedali che sono stati “rimandati” dai tecnici ad un percorso di Audit con Agenas e Ministero della Salute per la revisione degli standard di qualità.
Dopo la maglia nera dei ben 51 ospedali sotto esame in Campania, seguita dai 43 in Sicilia, in terza posizione ci sono infatti i 19 nosocomi rimandati nel Lazio e i 19 in Puglia.
Però, ha aggiunto nel suo Rapporto Agenas, nel Lazio ci sono anche 6 “strutture che hanno migliorato i propri risultati e non sono più segnalate per l’audit” com’era invece accaduto lo scorso anno. Si tratta di “San Camillo, Sant’Andrea, Frascati, Tivoli, il Traumatologico di Latina e Viterbo”.
I 25 REPARTI “RIMANDATI” -
Sono romani 8 dei 19 ospedali “rimandati” nel Lazio ad un “percorso di Audit con Agenas e Ministero della Salute per la revisione degli standard di qualità” dai tecnici ministeriali.
A partire dal Grassi di Ostia, che si è beccato 3 “materie”: da rivedere le prestazioni dell’ospedale del litorale per quanto riguarda “Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva riacutizzata: mortalità a 30 giorni”, ma anche le operazioni per la “Frattura del collo del femore: intervento chirurgico entro 48 ore dall’accesso nella struttura di ricovero” oltre che la “Proporzione di parti vaginali in donne con pregresso taglio cesareo”.
Ma ci sono altri 4 ospedali che sono stati “rimandati” in 2 materie cliniche.
La più ricorrente delle criticità da analizzare è la “Proporzione di parti vaginali in donne con pregresso taglio cesareo”.
Da approfondire sia al policlinico Umberto I (insieme alla “Valvuloplastica o sostituzione di valvole cardiache: mortalità a 30 giorni”), oltre che al Sant’Eugenio (sotto esame pure la “Riparazione di aneurisma non rotto dell’aorta addominale: mortalità a 30 giorni”).
Ma anche al “Vannini” di Roma e allo “Spaziani” di Frosinone (in entrambe le strutture sono da analizzare anche le “Proporzione di episiotomie nei parti vaginali”).
Per la “Proporzione di parti vaginali in donne con pregresso taglio cesareo” sono stati rimandati anche gli ospedali Pertini, San Giovanni (e la Casa di Cura Santa Famiglia di Roma), Latina, Aprilia e Fondi.
Mentre per la “Proporzione di parti con taglio cesareo primario” il San Paolo di Civitavecchia.
E audit, invece, per la “Proporzione di episiotomie nei parti vaginali” nei reparti di Formia e Rieti.
Sotto esame per le operazioni per la “Frattura del collo del femore: intervento chirurgico entro 48 ore dall’accesso nella struttura di ricovero” sia ad Alatri che a Cassino.
Anche i casi di “Valvuloplastica o sostituzione di valvole cardiache: mortalità a 30 giorni” a Tor Vergata sono al vaglio dei tecnici ministeriali.
Sotto la cui lente ci sono anche le cartelle cliniche per i casi di “Scompenso cardiaco congestizio: mortalità a 30 giorni” all’ospedale di Terracina e le performance del nosocomio di Sora per quanto riguarda i casi di “Ictus ischemico: mortalità a 30 giorni”.
Proprio in questa ultima area cerebrovascolare, infatti, Agenas ha registrato “valori di mortalità superiori alla soglia del 12,9%, prevista dal Nuovo Sistema di Garanzia, in alcune aree di Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Molise, Sicilia”.
Fonte: refert.substack.com