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Da tempo lo storico Policlinico Universitario "Umberto I°, vive una condizione di precarietà e di problematiche che invece di essere risolte continuano ad aggravarsi in un quadro generale sempre più preoccupante e sullo stato di salute dell'importante struttura sanitaria pubblichiamo integralmente un documento a firma del segretario della FGU GILDA UNAMS Dip. Università, Giuseppe Polinari e del segretario dello SNALS - CONFSAL Docenti Università Prof. Alessandro Pierucci.

( nella foto in apertura il Policlinico Universitario Umberto I° )

“Dica 2033”. È la formula clinica che oggi sintetizza il destino del Policlinico Umberto I. Lo direbbe forse con amarezza il medico che, stetoscopio alla mano, volesse auscultare quel cuore stanco che batte ancora nel centro della città universitaria di Roma, il cuore del Policlinico Universitario Umberto I, sede della Facoltà di medicina.

Immaginiamo quel medico — simbolico ma non troppo — che sente un soffio, diagnostica una grave malattia cronica, ma si accorge che la terapia annunciata al paziente per decenni non è mai cominciata.

L’ultima volta che il grande malato ricevette una cura seria fu circa venti anni fa: la ristrutturazione completa dell’edificio chirurgico del Professor Pietro Valdoni, capolavoro di ingegneria conservativa, dove arte e storia (all’esterno) e alta tecnologia (all’interno) si incontravano.

Era la “Clinica del Cuore”, simbolo di un’Italia che, almeno in sanità, tentava di unire progresso e bellezza.

Dopo quell’intervento, il silenzio. Venti anni di immobilismo, in cui non è mancato il denaro – come sostiene l’ottimo Refert nel suo recente articolo (Refert.it, 31 dicembre 2025), ma la volontà e il coraggio di spenderlo.

Non c’è stata, infatti, come si riscontra nelle note ufficiali, una vera “mancanza di fondi”. Al contrario: nel gennaio 2015, con una conferenza in pompa magna nella sede della Regione Lazio, fu annunciata la rimessa in bilancio di 220 milioni di euro, destinati alla rinascita del Policlinico Umberto I.

Alla ribalta apparirono volti altisonanti: il governatore Nicola Zingaretti, il direttore generale Domenico Alessio, il rettore Eugenio Gaudio, il subcommissario alla sanità Giovanni Bissoni, il coordinatore sanitario regionale Alessio D’Amato (Roma Today, 26 gennaio 2015).

Il progetto era nitido: avviare un piano decennale di ristrutturazione integrale, a partire dal consolidamento antisismico e dagli impianti idraulici, fino al recupero filologico degli edifici storici.

Peccato constatare che, trascorso il decennio, di quei 220 milioni non è stato speso nemmeno un euro. Nessun cantiere, nessun bando operativo, nessun nuovo impianto idraulico, nessuna porzione di edificio messa in sicurezza.

Solo scadenze mancate e, come oggi, progettazioni astratte ed improbabili. Dieci anni in cui i rettori della Sapienza e i direttori generali succedutisi hanno lasciato che il patrimonio edilizio si deteriorasse irrimediabilmente, mentre le stesse risorse — oggi colpevolmente svalutate — giacciono come reliquia nei bilanci.

Se il tempo è denaro, qui entrambi sono stati buttati: che ne pensa la Corte dei Conti? Mentre si annunciano piani colossali e futuri Giubilei salvifici, il presente affoga letteralmente.

Gli edifici storici del Policlinico fanno acqua da ogni giunto e terrazzo. Appena qualche settimana fa l’azienda ospedaliera ha dovuto siglare un accordo d’urgenza da 182.878 euro — poco più del costo di un monolocale nella capitale — per “restauro e impermeabilizzazione del terrazzo storico centrale dell’edificio 4” e per la “messa in sicurezza dei portici e dei balconi, afflitti da annose infiltrazioni meteoriche”.

Pareti scrostate, ancoraggi corrosi, intonaci poggiati sui ferri ossidati: un quadro clinico, appunto, non di semplice trascuratezza, ma di vera sepsi strutturale.

E anche qui — ironia della storia — si fa riferimento a “mancanza di fondi”.

Ma qualunque medico sa che, se un’emorragia interna viene ignorata, non è colpa del costo del cerotto. È colpa dell’inerzia. E l’inerzia, qui, ha nomi e cognomi, anche se la memoria amministrativa preferisce dissolverli nei verbali e nei passaggi di testimone.

Già nel 2023 l’Autorità Nazionale Anticorruzione aveva stigmatizzato “la lentissima inerzia nella riqualificazione del Policlinico Umberto I”, in una deliberazione amara come una diagnosi terminale.

Nel documento, si ricordava come il progetto fosse già finanziato dal 1998 per oltre 241 milioni di euro, senza che, in vent’anni, avessero preso vita lavori concreti.

Solo comitati, piani, consulenze, parcelle e varianti. Dei 46 edifici originariamente da ristrutturare — un intero microcosmo urbano di padiglioni, chiostri e porticati — oggi le stime parlano di una copertura finanziaria sufficiente, forse, per poco più di una decina.

Ma l’inerzia non si traduce solo in ritardo: produce una ferita economica.

Lo scriveva anche la Corte dei Conti nel 2021: “Per l’Umberto I non è stata colta la possibilità di risolvere molte delle problematiche … traducendosi in un continuo susseguirsi di soluzioni progettuali prive di ratio e portata effettiva”.

Tradotto: un secolo fa si progettava la Città Universitaria in dieci anni; oggi, in venti, non si riesce a rifare una tubatura.

Oggi, una regione che non riesce a risanare per nulla i bilanci degli ospedali romani, rilancia (ripartendo da zero): la progettazione del “nuovo Umberto I” partirà nel 2026, i lavori saranno avviati nel 2027 e serviranno “almeno tre anni e mezzo”.

Dunque, il cantiere dovrebbe concludersi nel 2031 o 2032.

Si punta, esclama trionfante il Governatore della Regione Lazio, Francesco Rocca,  –  evidentemente considerandosi eterno, almeno politicamente - al Giubileo del 2033, data altamente simbolica: anniversario del bimillenario della morte di Cristo, perfetta cornice per tagli di nastri e commemorazioni.

Ma la logica è paradossale: si programma, a medio-lungo termine, la rinascita di un ospedale grande (non più un grande ospedale!), che nel frattempo sta morendo. Un cronoprogramma lungo, che non salverà il Policlinico, ma suona come una formula di salvezza per chi oggi preferisce non assumersi responsabilità.

Nel 2033, infatti, una sola cosa è certa: nessuno degli attuali protagonisti - né il governatore Francesco Rocca, né la rettrice Antonella Polimeni, nè il dg Fabrizio D’Alba - sarà ancora in carica.

E, come nei romanzi di Kafka, la colpa sarà dissolta nel tempo: non saranno “loro”, ma “gli altri”, coloro che seguiranno, a dover rispondere del ritardo.

Nel frattempo, i pazienti continueranno a entrare in reparti umidi, le barelle resteranno nei corridoi e le cliniche universitarie finiranno di erodere quel prestigio che, d’inizio Novecento, faceva dell’Umberto I il più illustre Policlinico universitario d’Europa.

Possibile che la magistratura contabile — così attenta a censire sprechi effettivi — non sollevi la questione dello spreco potenziale?

Di quei 220 milioni congelati dal 2015, mai impegnati, oggi erosi dall’inflazione e dall’aumento dei costi edilizi?

Possibile che nessuno quantifichi la “svalutazione materiale e morale” di una mancata spesa pubblica che priva di sicurezza pazienti, medici, studenti, cittadini?

Forse perché l’inerzia, a differenza dell’abuso, è più difficile da misurare.

Ma è un veleno più lento e non meno letale.

Nel lungo periodo saremo tutti morti”, scriveva John Maynard Keynes.

Nel caso del Policlinico Umberto I, quel lungo periodo ha ora un nuovo termine preciso: 2033.

Anno, metaforicamente, della resurrezione annunciata, ma anche, probabilmente, dell'estinzione della pazienza pubblica". 

Giuseppe Polinari

Segretario FGU GILDA UNAMS Dip. Università

Prof. Alessandro Pierucci

Segretario SNALS-CONFSAL Docenti Università 

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