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L'On. Giuseppe Lumia, già Presidente della Commissione parlamentare antimafia, deputato per quattro legislature dal 1994 al 2008 e senatore per due legislature dal 2008 al 2018, interviene con la sua autorevolezza del suo impegno in prima fila nel movimento dell'antimafia, quello vero e non quello delle parate e delle facciate, sulla triste e orribile vicenda dei quattro braccianti orrendamente bruciati vivi e che ha suscitato ampio clamore sul piano nazionale.

( nella foto in apertura Giuseppe Lumia, parlamentare per più legislature e già Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia) 

Pubblichiamo integralmente l'intervento del'On. Giuseppe Lumia.

"L’atrocità con cui sono stati sterminati i quattro braccianti agricoli, tre afgani e un pachistano, uccisi vigliaccamente da due pachistani, ci scuote dentro.
 
È ovviamente comprensibile la reazione indignata e disgustata dell’opinione pubblica e delle istituzioni.
 
Ma attenzione, rischiamo di liquidare questa ennesima e tragica vicenda con il paradigma discriminatorio molto diffuso verso gli immigrati, interpretandola solo come un barbaro regolamento di conti tra extracomunitari.
 
Non basta neanche spingerci oltre nel livello di analisi e classificare nelle nostre coscienze tale abominio come l’ennesima strage perpetrata dal caporalato, che tuttavia è avvertito ormai come un fenomeno inevitabile e di fatto incontrastabile.

Siamo chiamati invece a fare di più, rispetto alla classica e scontata reazione “del giorno dopo”. Allora addentriamoci in questa tragica storia con la lucida consapevolezza che il caporalato va combattuto ed estirpato colpendo anche le sue profonde connessioni con le mafie.

In primo luogo, dobbiamo fare di tutto per applicare realmente le norme vigenti contro il caporalato. 
 
Sono contenute nella legge n. 199 del 2016, che prevede il reato di sfruttamento, individuato attraverso indici ben precisi e punito con pene abbastanza severe. 
 
Sono anche dettagliate le responsabilità dei datori di lavoro, oltre a quelle degli intermediari, e apposite misure di prevenzione e di sostegno dei lavoratori sfruttati. Ho dato un contributo all’approvazione di questa legge, ma noto che, come succede spesso nel nostro Paese, manca tuttora un piglio operativo nell’applicarla in tutte le sue parti.

È necessario inoltre agire concretamente sul piano delle politiche di welfare per liberare gli immigrati che lavorano nelle campagne dai bisogni primari di casa, sanità e trasporti. 
 
In sostanza, lo sfruttamento del lavoro agricolo deve essere contrastato con il massimo rigore, prevedendo nuove forme di incentivazione alla denuncia dei lavoratori e al sostegno verso le aziende corrette che agiscono nella legalità mentre subiscono una odiosa concorrenza sleale.

Ma non vorrei che ci si limitasse solo a questo, trascurando il rapporto indissolubile tra il caporalato e le mafie.
 
 Anche su questo aspetto dobbiamo essere chiari: negare o minimizzare questo nesso fa danni incalcolabili alla possibilità di liberarci dallo sfruttamento del lavoro e dalla riduzione in schiavitù soprattutto degli immigrati.

Alcune riflessioni pertanto si manifestano in tutta la loro evidenza.


• I caporali, senza l’autorizzazione delle mafie, e della ‘ndrangheta in questo caso, non potrebbero operare e agire impunemente.

• Il territorio in questione è quello della Sibaritide, dove esistono locali di ‘ndrangheta potenti, feroci e collusive.

• Il controllo dello Stato è debole e pressoché inesistente: ci sono pochi uomini e mezzi sia nella magistratura che tra le forze dell’ordine.

• Gli imprenditori agricoli vivono assoggettati ai boss, per paura di chi realmente regola il mercato o per convenienza nello sfruttamento degli immigrati e nell’utilizzo del lavoro nero.


Si possono fare comunque dei passi avanti verso “l’antimafia del giorno prima”? Non è per niente facile, la strada è in salita e irta di insidie e ostacoli, ma è possibile avviarsi in tale direzione, purché si tenga conto del tipo di mafie che agiscono in quel contesto e delle loro connessioni con il caporalato.

Nella Sibaritide, operano alcune famiglie della ‘ndrangheta legate ai clan degli Abbruzzese e dei Forastefano.

Nella stupenda e storica località di Cassano All’Ionio, da decenni hanno preso il sopravvento i boss del "clan degli zingari".

Alla fine degli anni Settanta, diverse famiglie di nomadi furono ghettizzate in una frazione di Cassano, Lauropoli, dalla politica clientelare, in modo da ottenere un vantaggio elettorale da questa scelta urbanistica e sociale.

Nel tempo, i boss cosentini cominciarono ad avvalersi di loro come feroci killer.

Alla fine degli anni Ottanta, la mafia dei nomadi fece un salto di qualità attraverso la gestione di conflitti e abili alleanze, iniziando l’ascesa direttamente all’interno della ‘ndrangheta, sino ad affermarsi a pieno titolo nella criminalità organizzata come una ‘ndrina a tutti gli effetti.

Attualmente, sono legati, nella provincia di Cosenza, al potente clan dei Muto della zona di Cetraro e, nella provincia di Crotone, alle famiglie dei Farao-Marincola di Cirò, degli Arena di Isola Capo Rizzuto e dei Grande Aracri di Cutro.

Si sono poi espansi a livello internazionale e le loro attività spaziano dalle estorsioni al traffico di droga, dal controllo degli appalti e del ciclo dei rifiuti al lucroso riciclaggio e alle truffe sui contributi agricoli soprattutto europei. 
 
Hanno subito arresti e condanne ma sono ancora molto radicati e pericolosissimi.

In questo territorio, sta svolgendo un’azione profetica e culturale il vescovo di Cassano, mons. Francesco Savino, così anche la scuola pubblica, nonostante i mille problemi che l’attanagliano, sta lavorando intensamente sul piano educativo. 
 
Ho partecipato più volte a iniziative organizzate dal vescovo e dalle scuole locali, attraverso la Fondazione “Giorgio La Pira” guidata da Francesco Garofalo. 
 
Il resto, oltre alle denunce puntuali della CGIL, è affidato esclusivamente all’azione giudiziaria, che arriva lenta nei tempi e purtroppo il “giorno dopo”.


Bisogna inoltre allargare lo sguardo a quanto avviene nei territori collegati a quello della Sibaritide.
 
 Mi riferisco alla zona agricola del Metapontino, dove le mafie sono particolarmente attive nelle meravigliose cittadine di Scanzano Jonico e Policoro. 
 
Anche in questa realtà agiscono feroci famiglie mafiose nei confronti delle aziende e dei lavoratori agricoli. In particolare, hanno preso il sopravvento i boss Schettino-Russo e Scarcia-Scarci. 
 
Sono clan altrettanto potenti perché collusivi con la politica e spietati nell’agire contro gli imprenditori agricoli e, sulla costa, contro i concessionari dei lidi, pronti cioè a bruciare i raccolti e le aziende e a colpire e intimidire chi non si sottomette ai loro affari e voleri. 
 
Anche in questo territorio ci sono stati degli arresti e sono in corso dei processi, ma siamo lontani da una presenza dello Stato in grado di tenere testa alla pressione mafiosa. 
 
Di recente, sto accompagnando un cammino inedito della società civile attraverso la sottoscrizione di un “Patto civico” contro le mafie, che ha coinvolto la CGIL, le associazioni e le organizzazioni di volontariato, con una serie di obiettivi concreti e dirompenti.


Come agire in tale contesto?


Bisogna innanzitutto adeguare gli organici della magistratura e delle forze dell’ordine per colpire a ripetizione e sistematicamente i boss, sia sul piano penale sia attraverso il sequestro e la confisca dei beni, per togliere loro il mito dell’impunità e dell’azione incontrastata.


Bisogna stabilire interventi sul piano sociale ed economico, con incentivi e disincentivi in grado di eliminare alla radice il caporalato. Le aziende agricole devono sapere che la mancata denuncia può comportare per loro danni enormi, viste le sanzioni e le responsabilità cui vanno incontro, che sono di gran lunga superiori ai vantaggi ottenuti con lo sfruttamento del lavoro nero e il pagamento del pizzo. In sostanza, il binomio legalità e sviluppo deve diventare inscindibile e la guida intorno a cui far crescere la cultura imprenditoriale e del lavoro.


Altre azioni da porre in essere consentirebbero di prevenire le mosse dei boss e dare al territorio un modello di governance libero dalle mafie, esemplificabili in alcune scelte operative:

 

applicazione della legge n. 310 del 1993, che obbliga i segretari comunali e i notai a segnalare al Questore i passaggi di proprietà degli esercizi commerciali che avvengono sul territorio di competenza, in modo da monitorare in tempo reale le possibili attività di riciclaggio;

aggressione dei fenomeni delle estorsioni e dell’usura. Bisogna chiedere pertanto agli Enti Locali, con il supporto delle Regioni, di prevedere incentivi con sgravi consistenti sulle tasse comunali per gli operatori e i cittadini che denunciano le mafie e il caporalato;

inserimento di clausole di gradimento nei bandi pubblici, da parte dei Comuni, per tutte le opere pubbliche e per le concessioni, con la previsione dell’istituto della “rescissione in danno” e della “revoca” nei confronti delle aziende e delle attività commerciali che non denunciano le richieste estorsive, corruttive e di utilizzo illegale di manodopera;

adozione a livello comunale delle norme regolamentari previste dalla “Carta di Pisa” promosse dalla rete delle città aderenti ad Avviso Pubblico.
 
Nella Carta è inserita una serie di strumenti per rendere le giunte e i consigli attori della promozione del valore della legalità sostanziale, iniziando dalla costituzione di parte civile nei processi di mafia e contro il caporalato;
 
realizzazione, con il coinvolgimento dell’Agenzia dei Beni Confiscati, del Comune e della Regione, di una sistematica riqualificazione per uso sociale dei beni confiscati, utilizzando i modelli positivi già sperimentati in diverse realtà del nostro Paese, per sostenere i lavoratori che non possono accedere all’edilizia popolare;

sostegno con erogazioni finanziarie e con la messa a disposizione di sedi del ruolo del Volontariato e dei soggetti sociali del Terzo Settore che operano sul versante antimafia socioculturale e per quelle che operano concretamente contro il caporalato;


sollecitazione del Ministero dell’Interno a potenziare anche tecnologicamente la presenza delle forze dell’ordine, da allocare in strutture idonee e attrezzare con le migliori tecnologie investigative e di controllo del territorio, in particolare delle campagne;


definizione di programmi-pilota di superamento delle condizioni di degrado e povertà attraverso un’articolata strategia di sostegno al reddito, all’inserimento lavorativo, al contrasto del lavoro nero, alla promozione dell’accesso ai servizi pubblici e alla scuola in particolare.

 In sostanza, accanto alla indignazione, promuoviamo un’adeguata dimensione progettuale, per evitare che il fenomeno del caporalato e dei suoi legami con le mafie sia svilito e tollerato, invece che eliminato alla radice.
 
On. Giuseppe Lumia, già Presidente Commissione Parlamentare Antimafia
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