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Nel cinquantesimo anniversario della morte di Adele Bei, partigiana, sindacalista e una delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente, abbiamo incontrato la pronipote Belinda Malfetti, professionista della comunicazione, autrice e impegnata in progetti culturali e sociali.

( nella foto in apertura Belinda Malfetti, autrice, esperta della comunicazione e impegnata in progetti culturali e sociali )

Un confronto che attraversa la memoria familiare, il valore dei diritti, il ruolo delle donne e il rapporto, non sempre semplice, tra appartenenza politica e coscienza civile.

Il 15 ottobre sono trascorsi cinquant’anni dalla morte di Adele Bei. Una ricorrenza importante, che forse non ha ricevuto tutta l’attenzione che avrebbe meritato. Lei che cosa ne pensa?

Devo confessare di esserne rimasta sorpresa, e anche un po’ amareggiata. Non voglio dire che Adele sia stata dimenticata, perché sarebbe ingeneroso nei confronti di chi continua a studiarla, raccontarla e ricordarla. La stessa Camera dei deputati le ha dedicato un ricordo.

Ma cinquant’anni sono un anniversario importante e mi sarei aspettata una celebrazione capace di restituire alla collettività la dimensione di una donna che ha contribuito a costruire il Paese nel quale viviamo.

Naturalmente parlo anche da familiare, e forse proprio per questo avverto qualcosa che le biografie ufficiali, per loro natura, finiscono inevitabilmente per lasciare ai margini.

Quando raccontiamo queste donne, parliamo del coraggio, della Resistenza, delle conquiste sociali, delle battaglie politiche. Ed è giusto. Ma tendiamo a dimenticare che dietro quelle scelte c’erano delle persone, delle case, degli affetti, dei figli. C’era una vita privata che spesso veniva sacrificata per una convinzione più grande.

Lei ha detto una cosa molto forte: Adele Bei ha tolto qualcosa alla propria famiglia per darlo alle famiglie degli italiani.

Sì, ed è probabilmente l’aspetto della sua storia che mi colpisce di più.

Adele era una madre. Aveva due figli, Angela e Ferrero, dai quali fu separata per anni. La sua militanza clandestina, la condanna del Tribunale speciale fascista, il carcere, il confino. Tutto questo ha avuto un prezzo umano enorme.

E io penso proprio a quel prezzo. Penso alle assenze, alle preoccupazioni, ai compleanni lontani, a tutte quelle cose apparentemente piccole che in realtà costituiscono la sostanza di una famiglia.

È facile, a distanza di quasi un secolo, celebrare il coraggio di una donna. Molto più difficile è comprendere fino in fondo cosa significasse essere quella donna, con tutte le sue responsabilità, i suoi sentimenti, le sue contraddizioni.

Adele ha rinunciato a una parte della propria vita familiare per battersi affinché milioni di altre famiglie potessero vivere in un Paese più libero, più giusto, più dignitoso.

E questa, al di là di qualsiasi appartenenza politica, è una forma di generosità che merita rispetto. Un rispetto enorme.

Durante il processo, quando i giudici fascisti cercarono di colpirla proprio nei suoi sentimenti di madre, Adele rispose invitandoli a pensare ai milioni di bambini che soffrivano la fame in Italia. Che cosa le suggerisce quell’episodio?

Mi suggerisce innanzitutto che il concetto di maternità, per Adele, aveva assunto una dimensione che andava oltre il perimetro della sua casa.

Ed è una cosa straordinaria, ma anche dolorosa.

Non credo che si debba raccontare quella scelta cancellandone la sofferenza o trasformando automaticamente ogni sacrificio in una virtù. Sarebbe troppo semplice, soprattutto per noi che abbiamo avuto il privilegio di crescere in un mondo nel quale, almeno in questa parte d’Europa, non dobbiamo scegliere quotidianamente tra la nostra libertà e quella dei nostri figli.

Credo invece che sia importante riconoscere la complessità di certe esistenze, nelle quali la dimensione privata e quella collettiva entrano in conflitto, e la coscienza impone scelte che non saranno mai completamente indolori.

È proprio questa complessità a rendere Adele una donna così profondamente attuale.

C’è però un elemento curioso nella sua storia familiare. Adele Bei era una comunista convinta, mentre lei si riconosce nella destra. Come convivono queste due identità?

Benissimo, direi. Anche perché non ho mai pensato che il valore di una persona potesse essere misurato dal colore della sua tessera di partito.

Sono una donna di destra, non ne ho mai fatto mistero. Ma conosco la storia della mia famiglia, conosco la storia del nostro Paese e riconosco senza alcuna difficoltà la grandezza di una generazione di comunisti che ha pagato personalmente, spesso in maniera durissima, il prezzo delle proprie convinzioni.

Anzi, devo dire che in quel Partito Comunista riconosco alcuni valori che oggi faccio fatica a ritrovare persino in una parte della politica che si considera erede di quella tradizione: il senso della responsabilità collettiva, il radicamento sociale, la vicinanza concreta ai lavoratori, alle famiglie, alle persone più fragili. E soprattutto la consapevolezza che la politica fosse prima di tutto servizio, studio, sacrificio, non semplicemente appartenenza o contrapposizione.

Questo non significa condividere tutto di quella storia, né dimenticarne gli errori e le contraddizioni. Significa saper distinguere.

E credo che oggi abbiamo un disperato bisogno proprio di questo: recuperare la capacità di riconoscere il valore anche dove non c’è coincidenza di idee.

Non vorrei, però, trasformare il ricordo di Adele nell’ennesimo dibattito tra destra e sinistra. Sarebbe paradossale utilizzare una donna che ha speso la vita per ampliare gli spazi di libertà per rinchiuderla, ancora una volta, dentro un recinto ideologico.

Il 2026 è anche l’anno degli ottant’anni dal primo voto delle donne italiane e dall’elezione dell’Assemblea Costituente. Quanto è rimasto di quelle battaglie nella società contemporanea?

Moltissimo, anche quando non ce ne rendiamo conto.

Il problema è che tendiamo a considerare naturali conquiste che naturali non sono affatto.

Il diritto di voto, l’accesso alla rappresentanza politica, la dignità del lavoro femminile, il riconoscimento del ruolo delle donne nella vita pubblica sono il risultato di un percorso fatto di battaglie, resistenze, intelligenza e coraggio.

Adele proveniva da una famiglia poverissima, aveva iniziato a lavorare nei campi da bambina e non aveva avuto le opportunità di formazione che oggi consideriamo normali. Eppure arrivò a sedere nell’Assemblea che avrebbe dato al nostro Paese la Costituzione.

Questo dovrebbe farci riflettere anche sul significato della competenza, che non coincide soltanto con i titoli di studio, ma è fatta di esperienza, conoscenza della realtà, capacità di ascoltare e comprendere i bisogni delle persone.

Oggi le donne hanno possibilità incomparabilmente maggiori, ma continuano a confrontarsi con disuguaglianze che riguardano il lavoro, le opportunità economiche, la maternità, la distribuzione dei carichi familiari e l’accesso ai luoghi decisionali.

Non basta aver conquistato dei diritti. Bisogna creare le condizioni affinché possano essere esercitati davvero.

Lei lavora nella comunicazione. Pensa che oggi siamo capaci di raccontare adeguatamente figure come Adele Bei?

Non sempre. E, paradossalmente, credo che oggi sia diventato ancora più difficile.

Viviamo immersi in una quantità enorme di informazioni, immagini, ricorrenze, celebrazioni. Abbiamo moltiplicato gli strumenti per raccontare, ma non necessariamente la nostra capacità di trasmettere memoria.

Rischiamo di ridurre anche le vite più straordinarie a un ritratto in bianco e nero, una data, una citazione suggestiva, un post pubblicato per dovere istituzionale. Il giorno dopo, un’altra ricorrenza prende il suo posto.

Ma la memoria non dovrebbe funzionare come il calendario editoriale di un social network.

Raccontare Adele significa provare a far comprendere a una ragazza di vent’anni che alcune delle libertà delle quali dispone oggi sono state conquistate anche grazie a una donna che, per difenderle, ha trascorso anni in prigione, lontana dai propri figli.

Significa mettere in relazione la storia con la vita quotidiana, il passato con il presente, le grandi parole con le conseguenze concrete che quelle parole hanno avuto sulle persone.

Per me comunicare significa anche questo: costruire consapevolezza. Non limitarsi a trasmettere informazioni, ma dare loro un significato, una profondità, una possibilità di continuare a vivere nel pensiero di chi le riceve.

Adele Bei si batté molto per le donne lavoratrici e per la tutela della maternità. Oggi si parla continuamente di famiglia, ma forse non sempre delle condizioni reali nelle quali le famiglie vivono.

È proprio questo il punto.

La famiglia non può essere soltanto un concetto da difendere nei discorsi pubblici. Deve essere una realtà della quale la politica si occupa concretamente.

Parliamo di donne che devono scegliere tra lavoro e maternità, di genitori che non riescono a conciliare gli orari, di giovani che rinunciano a costruire una famiglia perché non ne hanno le condizioni economiche, di persone che si prendono cura degli anziani e dei figli senza un sostegno adeguato.

Sono temi che dovrebbero unire molto più di quanto dividano.

Ed è qui che ritrovo una straordinaria attualità nell’impegno di Adele. Perché la sua attenzione alle donne lavoratrici, alle madri, alle condizioni materiali di vita delle persone nasceva da una conoscenza diretta della fatica, della povertà, delle disuguaglianze.

Credo che la politica abbia bisogno di tornare a occuparsi di queste cose, possibilmente utilizzando meno slogan e dedicando più tempo ad ascoltare.

Da pronipote, sente anche una responsabilità particolare nel custodire questa memoria? Lei ha dedicato ad Adele Bei anche un libro.

Sì, ma non nel senso di sentirmi depositaria di una storia che appartiene soltanto alla mia famiglia.

Adele Bei appartiene alla storia italiana. Non è un patrimonio privato, e sarebbe sbagliato considerarla tale.

Naturalmente per me esiste una dimensione affettiva che si sovrappone a quella storica. È inevitabile. Ma credo che proprio questa vicinanza mi imponga di raccontarla senza trasformarla in un santino, senza appiattirne il carattere, senza cancellarne le contraddizioni.

Anche scrivere un libro su di lei è stato un modo per approfondire questa complessità, per provare ad andare oltre la dimensione pubblica e restituire spazio alla donna, alla persona, alla storia umana che si intreccia con quella collettiva.

E forse questa è anche una delle ragioni per cui mi sarebbe piaciuto che il cinquantesimo anniversario della sua morte diventasse un’occasione di confronto più ampia, soprattutto con le nuove generazioni.

Non per chiedere ai ragazzi di essere comunisti, antifascisti o conservatori in nome di Adele, ma per invitarli a comprendere che cosa significhi assumersi la responsabilità delle proprie idee e delle conseguenze che comportano.

Lei, però, Adele Bei l’ha conosciuta davvero. Aveva soltanto sei anni quando è morta. Quanto conta questo legame personale nel modo in cui oggi la racconta?

Conta moltissimo. Perché per me Adele non è mai stata soltanto un nome nei libri di storia, una fotografia, una delle ventuno donne della Costituente. È stata, prima di tutto, una persona reale, che ho avuto la fortuna di conoscere, seppure da bambina.

Naturalmente a sei anni non si possiedono ancora gli strumenti per comprendere la grandezza storica di una persona, né il peso delle sue scelte. Sono cose che si scoprono dopo, crescendo, studiando, facendo domande, ricostruendo pezzi di una storia che progressivamente assume un significato diverso.

Ed è forse proprio questo il privilegio, ma anche la responsabilità, di una memoria familiare: poter tenere insieme la persona e il personaggio storico, senza che l’una finisca per cancellare l’altro.

Ho scritto di Adele, ho cercato di conoscerla sempre più profondamente attraverso la sua storia, ma credo che una figura come la sua meriti soprattutto di continuare a essere raccontata, studiata, discussa. Anche criticamente, se necessario.

Perché le grandi donne non hanno bisogno di essere rese perfette. Hanno bisogno di essere conosciute.

Redazione

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