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Oltre cento udienze, esame di centinaia di prove, escussioni di numerosissimi testimoni e alla fine la sentenza di Cassazione che riconosce l'esistenza e la nascita del primo "Locale" di 'ndrangheta operante su Roma.


Un "Locale" riconosciuto e legittimato dalla casa madre della Calabria.

Una sentenza di Cassazione che infligge ai quarantaquattro imputati complessivamente ben 240 anni di detenzione.

La novità della sentenza è il riconoscimento giudiziario non di un boss o di un gruppo della 'ndrangheta operante su Roma ma una "Locale", quindi una vera e propria "Filiale" con tanto di autorizzazione da parte dei calabresi.

Quarantaquattro imputati con pene che vanno da un anno ai 24 anni inflitti a Vincenzo Alvaro, 62 anni, che insieme a Antonio Carzo, 65 anni, già condannato in abbreviato, erano i due capi assoluti della 'ndrina romana.

Per il procuratore Capo di Roma, Vincenzo Lo Voi, “Emerge il sostanziale accoglimento della parte principale dell’ipotesi accusatoria e quindi del riconoscimento della gran parte dei reati contestati a quasi tutti gli imputati.

E un altro dato importante: la confisca di attività economiche attribuite agli imputati e collegate alle attività illecite riconosciute come commesse.

E quindi può costituire uno sviluppo di ulteriori indagini su questo filone e uno stimolo particolare proprio per proseguire in questa attività, su cui la Dda di Roma è, come sempre, particolarmente impegnata”.

Il procedimento denominato "Propaggine" dal presunto ruolo della cupola "La provincia" che con la delega affida a Cosoleto ( un piccolo paesino di 750 anime sull'Aspromonte)  e Sinopoli la nascita del primo Locale a Roma.

Vincenzo Alvaro è originario di Cosoleto, mentre Antonio Carzo, 65 anni, che, fra l'altro è cugino di Vincenzo Alvaro, è originario di Sinopoli a pochi Km da Cosoleto.

Una "Locale" molto attiva sul piano imprenditoriale e operante in diversi settori. Dai ristoranti,alle attività di pasticceria, ai panifici, alla vendita del pesce e altre attività.

 
Il verdetto che nasce dalla maxi inchiesta ‘Propaggine', coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma insieme alla Dia.

In aula, al momento della lettura del dispositivo, erano presenti anche il procuratore capo Francesco Lo Voi e il pm Giovanni Musarò, oggi alla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che hanno ricostruito come l'organizzazione sia nata a Roma non come una propaggine di un famiglia calabrese, ma come una ‘ndrina autonoma.
 
E l'Operazione "propaggine" scattò nel mese di maggio del 2022 con 72 misure cautelari, 43 eseguite a Roma e 29 in Calabria.
 
Da quella operazione la sentenza di Cassazione di oggi.
 
Redazione
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