Il boss stragista Giuseppe Graviano ha chiesto di essere sentito dai magistrati di Caltanissetta per ribadire nel procedimento per le stragi del 1992 contro Marcello Dell’Utri per “ripetere quanto già dichiarato a Reggio Calabria”.
( nella foto in apertura Silvio Berlusconi con Marcello Dell'Utri )
Non solo cose note però.
Si dice disponibile “ove occorra a precisare aspetti che in quella sede non sono stati approfonditi, nei termini e nelle forme che l’ordinamento consente”.
È questo il virgolettato della comunicazione dell'avvocato del boss stragista Giuseppe Graviano, Antonio Sanvito ( ndr.: noto studioso del fenomeno mafioso e stimato penalista di Cosenza ) riportato da Marco Lillo sul 'Fatto Quotidiano'.

Il testo "Educazione degli adulti e mafia" a cira del prof. Unical, Giovambattista Guerriero, edito nel 2005 con il contributo dell'Avv. Antonio Sanvito, dell'ex pm di mani pulite, Antonio Di Pietro e del giornalista Gianfranco Bonofiglio
Graviano, ricordiamo, non è un collaboratore di giustizia, ma un boss che non ha confessato nulla.
Infatti il suo legale ne offre l’audizione ma ne ricorda la pretesa di estraneità: “Se Graviano è estraneo alle stragi e se al contempo – ha scritto Sanvito – esistono rapporti documentabili tra la sua famiglia e soggetti che le indagini hanno messo a fuoco, allora la ricostruzione dei fatti non può dirsi completa”.
Specifichiamo la genesi della decisione: il boss aveva visto in tv che Dell’Utri stava per essere archiviato e che “tra le piste investigative indicate come ancora da percorrere figurano i rapporti tra Dell’Utri e Giuseppe Graviano”.
A quel punto boss e difensore hanno “discusso a lungo se e come rendere pubblica la posizione di Graviano”.
Alla fine hanno scelto “la via istituzionale”. L’ex senatore di Forza Italia era indagato anche a Firenze per le stragi del 1993 ma – ricorda l’avvocato Sanvito – c’è stata l’archiviazione, “rimane invece aperto nella fase decisiva rappresentata dalla riserva di codesto gip il procedimento relativo alle stragi siciliane”.
Il legale allega tre lunghi verbali di deposizione di Graviano al processo ’Ndrangheta stragista e sintetizza le dichiarazioni del 2020 su Berlusconi: la storia del nonno materno di Graviano che avrebbe investito mezzo secolo fa, con altri, un totale di 20 miliardi di vecchie lire nei cantieri al nord accordandosi per “il riconoscimento del 20% di quanto l’imprenditore destinatario avrebbe realizzato”.
La storia narrata da Graviano, una soap a cavallo tra Dynasty e Sopranos con protagonisti Graviano e Berlusconi, non è stata ritenuta riscontrata o attendibile dai giudici di Reggio ma è ripercorsa dal legale del boss nella lettera.
L’accordo, sarebbe stato “documentato da una scrittura privata”. Il nonno nel 1982 “mise a conoscenza Giuseppe e il cugino Salvatore di questa situazione chiedendo di portarla avanti”; Giuseppe “incontrò personalmente Berlusconi in più occasioni”.
La prima a Milano “alla presenza del nonno e del cugino”.
Segue “un altro incontro”.
Nel terzo, che si sarebbe concluso addirittura a cena “nel dicembre del 1993 a Milano 3, si discusse della formalizzazione dei rapporti economici in essere: erano presenti Graviano e il cugino Salvatore mentre Berlusconi aveva con sé altre persone che non furono presentate”.
Berlusconi – per Graviano – prima delle stragi nel 1992 “aveva manifestato al cugino Salvatore l’intenzione di scendere in politica”; nel dicembre 1993 l’incontro a Milano 3 serviva a “fissare un successivo appuntamento per il febbraio 1994 nel quale formalizzare l’ingresso dei soggetti investitori nelle società immobiliari. L’arresto di Graviano avvenuto il 27 gennaio 1994 impedì che quell’appuntamento si tenesse”.
Di qui lo sfogo intercettato in cella nel 2016 e 2017 dove Graviano esplicitava “il senso di tradimento (…) Berlusconi dopo essere entrato in politica non rispettò i patti economici assunti”.
Il legale ricorda che quando il boss nel 2009 fu chiamato a deporre al processo per concorso esterno contro Dell’Utri si avvalse della facoltà di non rispondere.
Dell’Utri, sottolinea Lillo, fu poi condannato solo per i suoi rapporti con la vecchia mafia fino al 1992 e non per i presunti rapporti con Graviano fino al 1994, ritenuti indimostrati in appello.
Il boss poi parlò a modo suo di Berlusconi in carcere nel 2016 con il compagno di detenzione Umberto Adinolfi e infine a Reggio Calabria nel 2020 al processo ’Ndrangheta stragista.
Le sue affermazioni sembravano più messaggi in codice che ammissioni e non furono considerate attendibili dai magistrati.
Il legale di Graviano ha scritto inoltre che “vi sono aspetti che, nel corso dell’esame dinanzi alla Corte di Assise di Reggio Calabria, non sono stati approfonditi perché estranei all’oggetto di quel procedimento, ma che potrebbero risultare di rilievo per il procedimento di Caltanissetta”.
Sanvito non spiega quali sarebbero queste dichiarazioni che a Reggio (dove era imputato Graviano) non aveva senso fare e che invece a Caltanissetta (dove resta indagato per le stragi del 1992 Dell’Utri) avrebbero senso.
Una cosa è certa: Graviano nel 2023 nel processo di appello a Reggio disse in aula di non conoscere Dell’Utri.
Però stranamente l’avvocato Sanvito allega i tre verbali con le dichiarazioni contro Berlusconi del 2020. Non le dichiarazioni in favore di Dell’Utri del 2023.
Alla richiesta di archiviazione di 8 mesi fa per l’ex senatore è stata presentata opposizione da parte del solo Fabio Repici, l’avvocato del fratello di Paolo, Salvatore Borsellino.
Il 15 giugno in udienza l’avvocato Fabio Trizzino, difensore dei tre figli di Paolo Borsellino, ha concordato con la tesi della Procura e della difesa Dell’Utri.
Ieri Repici ha scritto al gip di Bologna e al procuratore De Luca, chiedendo al giudice di “fissare nuova udienza ex art. 409 cpp perché venga ripristinato il contraddittorio sulle risultanze sopravvenute” e al pm “che, conseguentemente, voglia revocare la richiesta di archiviazione e avanzare richiesta di incidente probatorio al fine di esaminare Graviano sui seguenti temi: la strage di via D’Amelio; i rapporti tra Graviano, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri; le intercettazioni delle conversazioni fra Graviano e Umberto Adinolfi” perché “si rende doveroso l’esame di Graviano nel contraddittorio tra le parti”.
Come finirà?
Secondo il legale di Dell'Utri non vi sarebbe nessun “messaggio occulto, criptato”.
Sicuramente “seguirà – spiega l’avvocato del foro di Cosenza – analoga comunicazione rivolta all’opinione pubblica”.
Perché “le conoscenze in possesso di Graviano – delle quali l’Autorità Giudiziaria è già da tempo destinataria – costituiscono un patrimonio informativo di indubbio rilievo pubblico, rispetto al quale il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini a essere compiutamente informati su vicende che hanno segnato la storia del Paese non possono essere compressi né differiti oltre il tempo strettamente necessario”.
Fonte: Il Fatto Quotidiano e Antimafiaduemila.com
