Le dimissioni di Gasparri dalla guida del gruppo senatoriale non vanno lette nel registro della contingenza referendaria. Sarebbe un'abduzione pigra. Il referendum è, al più, il pretesto.
( nella foto in apertura il Senatore Maurizio Gasparri e la Senatrice Stefania Craxi - Fonte: Agenzia Dire - www.dire.it )
La sostanza è più semplice e molto più interessante.
Una premessa...Forza Italia non è un partito nel senso ordinario del termine.
È un'azienda familiare con vocazione politica, dai bilanci depositati alla tesoreria della Camera emerge che il debito del partito nei confronti degli eredi Berlusconi sfiora i novantadue milioni di euro, un credito che non si estingue e garantisce alla proprietà uno strumento di controllo assai più ferreo di qualsiasi statuto congressuale.
Marina Berlusconi ha innescato un processo preordinato.
Ha chiamato i ministri azzurri, indicando la direzione, quasi un dispaccio militare.
Una lettera, con quattordici firme su venti senatori (ministri Zangrillo e Casellati inclusi, raccolte dal luogotenente Lotito), a cui è seguita assemblea fulminea (venti minuti scarsi) e un voto per acclamazione.
Gasparri ha obbedito con la dignità dei veterani.
"Ho deciso autonomamente." dirà poco dopo, ma il primo a non crederci era proprio lui.
Stefania Craxi come simbolo di rinnovamento chiarisce il perimetro dell'operazione.
Presenza avita del partito, politicamente identica alla linea di sempre.
Portarla come segnale di svolta equivale a spostare il vecchio canterano di nonna dall'antibagno all'ingresso della servitù. Il mobile è lo stesso, la polvere pure.
Craxi è solo una mossa tattica, un passaggio in attesa di altro.
Il destinatario esterno della manovra è Giorgia Meloni.
Il messaggio è arrivato a Palazzo Chigi con la chiarezza di un atto notarile: Forza Italia non è una ruota del carro della premier.
La famiglia intende riposizionare il partito su un profilo liberale ed europeista, distinto dall'impronta sovranista di Fratelli d'Italia.
Perchè la posta in gioco è un elettorato preciso: il ceto produttivo del Nord, partite IVA, imprenditoria diffusa, il borghese laico e garantista che nel 1994 aveva visto in Berlusconi l'argine al collettivismo fiscale e che ha smesso di riconoscersi in un centrodestra piuttosto ambiguo e sovranista.
Quell'elettorato oggi galleggia tra astensione e nostalgia.
Vale diversi punti percentuali che nessuno intercetta, un bacino ubertoso in attesa di una casa credibile.
Manca solo il leader, perchè se qualcuno pensa davvero che Tajani condurrà ancora la campagna elettorale 2027 deve posare il fiasco.
Il leader, con ogni probabilità, è già stato individuato e testato.
I nomi circolano da mesi: Alberto Cirio, governatore del Piemonte, vicesegretario nazionale, che costruisce la sua rete nel Nord-Ovest con le politiche 2027 nel mirino.
Roberto Occhiuto, che presidia il Sud con analogo dinamismo.
E poi c'è l'ipotesi più suggestiva, il papa straniero, profilo extra-politico capace di parlare a quell'elettorato nordista di reddito e cultura liberale.
Il nome di Massimo Doris, banchiere padovano, figlio del più caro amico di Berlusconi, è già planato sui tavoli che contano, con un passato e un presente irreprensibile e a prova di scandalo, come piace a Marina, memore delle intemerate paterne.
Chi blatera oggi di elezioni anticipate può accomodarsi. La partita vera si giocherà solo nel 2027, e si è già aperta nel più interessante dei modi.
