Mario Francese, cronista giudiziario de "Il Giornale di Sicilia", venne freddato la sera del 26 gennaio 1979, mentre ritornava nella sua casa di Palermo.
( nella foto in apertura il giornalista Mario Francese con il suo inseparabile taccuino )
Fu il primo giornalista a denunciare sulle colonne de "Il giornale di Sicilia" la pericolosità dei corleonesi di Totò Riina e fu il primo a scrivere dell'esistenza di una "Commissione" al vertice della Cupola.
Dopo ben 22 anni, nel 2001, sono stati condannati i componenti della cupola che decisero l'eliminazione dello scomodo giornalista.
Totò Riina, Francesco Madonia, Leoluca Bagarella, Raffaele Ganci, Michele Greco e Bernardo Provenzano, l'intero vertice di Cosa Nostra.
Mario Francese che aveva 54 anni lasciò la moglie e i suoi quattro figli.
L'esecutore materiale del delitto fu Leoluca Bagarella.
Mario Francese pagò con la vita il suo impegno civile di giornalista militante antimafia negli anni caldissimi della Palermo soggiogata dai corleonesi guidati da Totò Riina.
In tanti articoli Mario Francese ha avuto il coraggio nel lontano 1979 di descrivere l'ascesa criminale dei corleonesi all'interno di Cosa Nostra e i rapporti degli stessi con esponenti delle istituzioni.
Nel 2002 il figlio Giuseppe di 36 anni, che per anni si dedicò a inchieste sulla ricostruzione del delitto, pose fine alla sua vita non avendo mai accettato e superato l'omicidio dell'amatissimo padre.
Dario Nanni, consigliere comunale del Gruppo Misto, ha proposto che in Roma venga dedicata una strada in memoria del giornalista Mario Francese.
Proposta con conseguente mozione approvata dall'assise capitolina.
Da sempre impegnato nel conservare la memoria di chi ha sacrificato la propria esistenza per la battaglia a nome della legalità, lo stesso Dario Nanni, aveva già proposto in passato di intitolare una strada a Giovanni Spampinato, cronista da Ragusa per il giornale "L'Ora" caduto a soli 26 anni nel 1972 per le sue inchieste sulle connessioni fra l'estremismo di destra ed esponenti della mafia siciliana.
"È giusto che la Capitale d’Italia - afferma Dario Nanni - ricordi i suoi martiri anche attraverso la toponomastica, si tratta di persone che hanno dato la vita per il Paese raccontando quello che accadeva dove vivevano".
Redazione
