Come per tutti i libri scritti da Pino Arlacchi, e sono numerosissimi, anche per "La Cina spiegata all'Occidente" edito da Fazi nell'ottobre 2025 di ben 528 pagine si è registrato e continua a registrarsi grande interesse e fervido dibattito.
( nella foto in apertura Pino Arlacchi con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino )
E non poteva essere altrimenti per un sociologo ed una personalità fra le più interessanti degli ultimi decenni riconosciuti fra i massimi esperti di sicurezza e lotta alle mafie in tutto il Mondo.
E per illustrare la peculiarità del libro "La Cina spiegata all'Occidente" ne pubblichiamo la Sinossi che sarà poi accompagnata da una breve sintesi dell'immenso curriculum e dell'immensa produzione culturale di Pino Arlacchi sin da quando giovanissimo docente di "Analisi della Classi e dei gruppi sociali" insegnava all'Università della Calabria nei primi anni '80 pubblicava testi come "La Mafia Imprenditrice" nel 1983 che divenne una pietra miliare della storia dell'antimafia e collaborava con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ai tempi dello storico maxiprocesso di Palermo che iniziò il 10 febbraio 1986 e terminò il 16 dicembre 1987 dopo ben 349 udienze e 22 mesi di dibattimento.
Inoltre Pino Arlacchi, che è stato ViceSegretario Generale ONU, il 21 aprile scorso da Roma in un apposito incontro ha presentato ufficialmente la sua candidatura a Segretario Generale dell'ONU.
Si candida alla successione di Guterres all'Onu con un programma di rifondazione che rafforzi l'Assemblea Generale.
La sua candidatura alla successione di António Guterres – il cui mandato scade a fine anno – non è quella di un diplomatico di carriera che chiede l’appoggio delle grandi potenze, ma di un «rappresentante del grande Sud» che punta a mobilitare la maggioranza globale dell’Assemblea Generale per una vera e propria rifondazione dell’organizzazione.

Pino Arlacchi con il suo ultimo libro "La Cina spiegata all'Occidente" Ed. Fazi, 2025
Chi scrive sin da giovane studente della facoltà di Scienze Economiche e Sociali e da discente dei due corsi tenuti dal Prof. Arlacchi sostenendo i due esami ha sempre avuto grande ammirazione e stima per uno studioso di livello mondiale che ha segnato la storia di quella stagione antimafia che oggi non esiste più ma che comunque ha avuto la sua importanza e il suo non trascurabile ruolo.
Inoltre pubblichiamo anche un interessante articolo firmato da Pino Arlacchi su "Il fatto Quotidiano" di oggi, 14 maggio 2026, sulla vista di Donald Trump in Cina.
SINOSSI
Pino Arlacchi – sociologo di fama internazionale e profondo conoscitore della Cina – in questo libro spiega i tre “segreti” che permettono di capire l’eccezionalità del “miracolo cinese”: la spettacolare resurrezione, iniziata con le riforme di Deng Xiaoping nel 1978, che ha portato il gigante asiatico a imporsi come prima potenza economica mondiale e attore centrale del nuovo ordine geopolitico globale.
Si tratta di tre grandi fattori poco noti al pubblico occidentale, tre risorse strategiche che hanno reso la Cina ciò che è: il non-espansionismo, legato a una radicata avversione alla guerra e alla violenza; la meritocrazia come strumento di governo; un peculiare modello economico-politico socialista.
Secondo Arlacchi, questa triade è la chiave per comprendere una civiltà millenaria – molto diversa da quella europea nella visione del mondo e nell’assetto delle sue istituzioni –, il cui profilo si è delineato cinquemila anni fa e che da tremila anni si è consolidato in un sistema dotato di straordinaria resilienza. L’arte del buon governo esercitata da un’élite selezionata per merito, refrattaria all’uso della forza e convinta che il mercato sia uno strumento dello Stato e non viceversa, è sopravvissuta all’aggressione occidentale e alla rivoluzione socialista culminata nella nascita della Repubblica Popolare, che ne ha ereditato e rilanciato i principi.
Il risultato è la Cina di oggi: un manufatto sociologico complesso e originale, che Pechino definisce “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”.
Frutto di una ricerca appassionata lunga una vita, sostenuto da una ricchissima documentazione e dall’esperienza diretta, La Cina spiegata all’Occidente è una lettura essenziale per approfondire la conoscenza della Cina contemporanea, oltre i luoghi comuni e le narrazioni superficiali prevalenti nel discorso occidentale.
«Per mezzo di questo libro spero di contribuire a contrastare l’industria della paura e dell’ignoranza che alimenta gran parte della narrazione sulla Cina diffusa oggi in Occidente. La chiave per entrare nella mentalità della Cina e dei cinesi è la conoscenza delle istituzioni politiche originali che essi hanno creato nel corso dei millenni e dentro le quali vivono ancora oggi».
Pino Arlacchi
CHI E' PINO ARLACCHI
Tra le massime autorità mondiali in tema di sicurezza umana, è noto per libri bestseller come Gli uomini del disonore e Addio Cosa Nostra e per la sua attività pubblica contro i poteri criminali.
Professore di Sociologia, ex vicesegretario generale e direttore esecutivo del programma antidroga e anticrimine dell’ONU, è stato collaboratore e amico dei giudici Chinnici, Falcone e Borsellino.
Deputato e senatore, parlamentare europeo, è stato tra i maggiori architetti della legislazione antimafia italiana contemporanea e autore delle più recenti strategie contro le mafie, le droghe e il riciclaggio adottate dalle Nazioni Unite.
È presidente del Forum internazionale di criminologia e diritto penale, un’associazione di studiosi d’eccellenza provenienti da cinquanta paesi, con sede a Pechino.
Vive a Roma, è sopravvissuto a un attentato mafioso e per tredici anni è stato protetto da una scorta di Stato.
Tra i suoi libri più recenti: I padroni della finanza mondiale.
Lo strapotere che ci minaccia e i contromovimenti che lo combattono (2018), Contro la paura. La violenza diminuisce. I veri pericoli che minacciano la pace mondiale (2020) e Giovanni e io. In prima linea con Falcone contro Andreotti, Cosa Nostra e la mafia di Stato (2022).

Pino Arlacchi con i giornalisti Gianfranco Bonofiglio e Michele Cucuzza al "Premio della Riconoscenza" tenuto a Rogliano ( CS) il 21 aprile 2007
TRUMP ARRIVA A PECHINO CON IL CAPPELLO IN MANO
Quando un presidente degli Stati Uniti vola a Pechino per incontrare il suo omologo cinese, di norma lo fa da una posizione di forza, o almeno così è stato per mezzo secolo, da Nixon in poi.
Il viaggio di Trump del 14 maggio rompe questa tradizione. L’uomo che si considera un negoziatore imbattibile arriva nella Capitale cinese con un deficit commerciale bilaterale di quasi mille miliardi di dollari, dazi che hanno aumentato i prezzi americani senza ridurre le importazioni cinesi, e un apparato militare che i wargames del Pentagono descrivono come perdente in una guerra contro la Cina.
Il contesto internazionale in cui matura questa visita indebolisce ulteriormente la posizione negoziale americana.
La guerra contro l’Iran è stata presentata al mondo come una veloce operazione chirurgica per poi rivelarsi come l’ennesimo fiasco contro un avversario astuto, duro e sottovalutato.
A complicare ulteriormente il quadro c’è la variabile dello stesso Trump: un leader la cui instabilità mentale è stata documentata dai suoi ex collaboratori, e che ha cambiato posizione sui dazi cinesi quattro volte in quattro mesi.
Per Xi Jinping, che pianifica lungo i decenni, trattare con chi pianifica tramite tweet rilasciati alle tre della notte è un esercizio di pazienza.
Il pretesto ufficiale della visita è il commercio. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina non è il prodotto di pratiche sleali, di sussidi nascosti o di manipolazioni valutarie.
È il verdetto di un mercato libero che funziona come dovrebbe: i consumatori americani preferiscono i prodotti cinesi perché sono migliori, oppure sono equivalenti ma costano molto meno.
Dai pannelli solari ai veicoli elettrici, dall ’elettronica di consumo ai macchinari industriali, dalla chimica farmaceutica ai componenti dell’industria aerospaziale: settore dopo settore, la manifattura cinese ha raggiunto e spesso superato gli standard qualitativi americani, mantenendo al tempo stesso un livello di costi che riflette decenni di investimenti pubblici in formazione tecnica, infrastrutture produttive e pianificazione industriale.
C'è una storia che illumina questa situazione meglio di un qualunque modello econometrico.
Bisogna tornare all'inizio dell'Ottocento al confronto fra l'Impero Cinese e la Gran Bretagna Vittoriana.
Allora come oggi la Cina era il principale polo manifatturiero del Pianeta. Il problema era il pagamento.
L'Europa non produceva praticamente nulla che i sofisticati consumatori cinesi volessero acquistare. La soluzione trovata dalla Gran Bretagna fu quella di trasformarsi in un Narco - Stato, scrivendo una delle pagine più infami della storia moderna.
Non riuscendo a competere con le merci normali si ricorse alla droga, cioè all’esportazione in Cina dell ’oppio prodotto nelle piantagioni indiane. Quando Pechino tentò di bloccare questo traffico, arrivarono le cannoniere.
Le Guerre dell’Oppio furono il sostituto militare della forza economica che l’Occidente non possedeva. Trump arriva a Pechino senza la droga e senza le cannonate. Una differenza di non poco conto. L’oppio era un prodotto che creava assuefazione e che invertiva i flussi commerciali.
Non esiste oggi un suo equivalente americano. Quanto alle cannonate, il Pentagono ha condotto 24 simulazioni di guerra contro la Cina negli ultimi vent’anni.
Il risultato è consistito in 24 sconfitte americane. I missili ipersonici cinesi, capaci di affondare una portaerei da 13 miliardi di dollari in cinque minuti, hanno reso obsoleto e perdente il modello militare degli Stati Uniti.
Restano i dazi, povero sostituto delle cannonate. La Cina ha le idee più chiare su cosa vuole da questo incontro. Taiwan è “la base politica principale” delle relazioni bilaterali, come ha ribadito il portavoce Lin Jian.
Pechino osserverà con estrema attenzione se Trump userà la parola “sostegno”in riferimento alla riunificazione pacifica, o se si limiterà alla formula “non opposizione all’indipendenza”, una differenza semantica che vale anni di pressione diplomatica e miliardi di vendite di armi a Taipei.
I rapporti di forza in gioco dentro questa agenda sono i seguenti.
Trump porta dazi da ridurre in cambio di concessioni cinesi sulle terre rare, materie prime di cui l’America ha bisogno.
Porta richieste sull’Iran, un paese con cui la Cina intrattiene solidi rapporti economici e strategici. Porta la questione del deficit commerciale. In cambio di tutto questo, la Cina chiede di non essere ulteriormente provocata su Taiwan, di ottenere l’allentamento delle restrizioni sulle esportazioni di semiconduttori avanzati dalla sua ex-provincia, e di vedersi riconosciuta una posizione di parità nel sistema internazionale che la sua potenza economica e militare già le attribuisce de facto.
Cosa può produrre, allora, questo vertice? Può produrre, al massimo, una riduzione della volatilità nelle relazioni sino-americane.
Può abbassare la temperatura retorica: un Board of Trade che gestisca le dispute commerciali.
Detto questo, l’incontro non potrà modificare le strutture sottostanti le relazioni tra i due paesi. Il deficit commerciale resterà. La superiorità manifatturiera cinese resterà. Il vantaggio militare cinese resterà, perché dipende da tecnologie che gli Usa non hanno ancora sviluppato in forma operativa.
La dipendenza americana dalle terre rare cinesi resterà, perché i giacimenti esistono dove esistono e le filiere di estrazione e raffinazione si costruiscono in decenni e non in settimane.
Pino Arlacchi
Fonte: "Il fatto Quotidiano" del 14 maggio 2026, pag. 11
