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Non elezioni anticipate, né un nuovo incarico di governo: la strada scelta da Giorgia Meloni passa da una terza via, più stretta ma politicamente decisiva.

( nella foto in apertura la Premier Giorgia Meloni )

A Palazzo Chigi prende forma l’ipotesi di un “rimpasto chirurgico”, un intervento mirato sull’esecutivo per superare le difficoltà emerse dopo il referendum e arrivare al 2027 senza scossoni.

Il bivio è chiaro. Da un lato, la tentazione di chiudere anticipatamente la legislatura; dall’altro, la necessità di mantenere la coerenza con l’impegno assunto pubblicamente.

La premier, che ha escluso cambi di rotta radicali, sa che il ricorso alle urne non dipende solo dalla volontà politica ma anche dagli equilibri istituzionali, a partire dal ruolo del Sergio Mattarella.

La strategia: ritoccare il governo senza stravolgerlo

L’idea che prende corpo è quella di un riassetto limitato ma significativo.

Il primo nodo riguarda il ministero del Turismo, attualmente nelle mani della stessa Meloni dopo l’uscita di scena di Daniela Santanchè.

Tra le ipotesi sul tavolo c’è lo spostamento di Adolfo Urso, con l’obiettivo di inserire al suo posto una figura più in sintonia con il mondo produttivo.

Non è un dettaglio tecnico: il rapporto con le imprese è considerato uno dei punti critici dell’azione di governo.

Il dialogo con Confindustria, infatti, è percepito come diretto con la premier ma meno fluido a livello ministeriale. Da qui la necessità di un segnale politico oltre che operativo.

La carta Zaia e le tensioni nella maggioranza

Il nome che circola con più insistenza è quello di Luca Zaia.

Un profilo forte, capace di dare peso a un dicastero strategico e allo stesso tempo riequilibrare i rapporti interni alla coalizione, rafforzando la Lega.

Ma è proprio questo il punto critico.

In Forza Italia emergono resistenze: l’ingresso di Zaia nel governo rischierebbe di spostare gli equilibri soprattutto al Nord, dove la competizione tra alleati è tutt’altro che sopita.

La trattativa è quindi aperta e tutt’altro che semplice.

Nodo Giustizia: blindare Nordio

Parallelamente, la premier deve gestire un altro dossier delicato: la tenuta del ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Dopo il referendum e le tensioni interne, non sono mancati segnali di possibile passo indietro.

Per evitarlo, Meloni starebbe valutando l’affiancamento di un sottosegretario con forte competenza tecnica, in grado di rafforzare l’azione del ministero e alleggerire il peso politico su Nordio.

Un’operazione che avrebbe anche un valore simbolico, premiando figure che si sono esposte a favore della riforma.

Il passaggio decisivo: il Colle

Qualunque soluzione, però, passa inevitabilmente dal Quirinale.

Il “rimpasto chirurgico” è tecnicamente possibile, ma richiede un confronto con il Presidente della Repubblica per evitare lo scenario di un reincarico formale – il cosiddetto “Meloni-bis” – che la premier vuole scongiurare.

È qui che si gioca la partita più delicata: mantenere la continuità dell’azione di governo senza aprire una crisi formale.

Tra conti pubblici e fine legislatura

Sul tavolo restano anche i grandi dossier economici.

La legge di bilancio e la riforma elettorale rappresentano passaggi obbligati, mentre i dati sui conti pubblici – seguiti con attenzione dal ministro Giancarlo Giorgetti – potrebbero determinare margini di manovra decisivi.

Il tema del deficit è centrale: restare entro la soglia del 3% significherebbe evitare procedure europee e ottenere maggiore flessibilità per una manovra espansiva.

Un equilibrio fragile, giocato “sul filo dello zero”, che tiene il governo con il fiato sospeso.

Una navigazione senza scorciatoie

Nel frattempo, dentro Fratelli d’Italia non manca chi guarderebbe con favore alle elezioni anticipate.

Ma la linea della premier resta quella della prudenza: niente fughe in avanti, nessuna rottura plateale.

«Ci provo», avrebbe confidato Meloni ai suoi interlocutori.

Una frase che riassume la strategia: andare avanti, correggere gli errori, e arrivare alla fine della legislatura senza trasformare l’ultimo anno in un logoramento continuo.

Il “rimpasto chirurgico”, più che una soluzione definitiva, appare così come un passaggio obbligato.

Non per cambiare rotta, ma per evitare che il governo diventi – come temono alcuni a Palazzo Chigi – un bersaglio facile in una fase politica sempre più instabile.

Fonte: Post Facebook "Insieme - Idee e Persone TV"

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