Lea Garofalo e Denise Cosco, mamma e figlia, sono entrambe vittime, seppure in circostanze diverse, della ferocia della ‘ndrangheta. Non vanno sottaciute neanche le gravi responsabilità dello Stato sulla tutela e sicurezza dei Testimoni di giustizia.
( nella foto in apertura l'On. Giuseppe Lumia, già Presidente Commissione Parlamentare Antimafia e parlamentare per più legislature )
Sono due storie da conoscere in tutta la loro drammaticità: dalla scelta di liberazione dal modo di pensare e agire mafioso al fallimento dello Stato, che non ha saputo proteggere queste due donne e accompagnare al meglio il loro cammino da Testimoni.
Lea Garofalo comprese presto che il compagno era un affiliato alla ‘ndrangheta, un vero e proprio boss. Lei però sognava una vita diversa e non voleva rassegnarsi alle dinamiche tipiche della famiglia mafiosa, che comportavano la sottomissione alle scelte del marito, l’omertà vissuta con soggezione e rassegnazione, perfino una certa complicità nella diffusione dei disvalori mafiosi del “dio denaro” e del “dio potere”.
Il suo compagno, Carlo Cosco, era il tipico boss di una famiglia di ‘ndrangheta, arso dal solo desiderio di ascendere al ruolo di capo, per giungere nell’olimpo dell’organizzazione.
Si dimostrò pronto a tutto, persino a uccidere la propria moglie, pur di punire la sua scelta di prendere le distanze da lui e di non farsi coinvolgere, né direttamente né indirettamente, nella vita così assorbente e totalizzante della famiglia di ‘ndrangheta.
Il rispetto “sacro” delle regole mafiose, del resto, richiede un’osservanza rigorosa, anche se si calpestano i più elementari diritti umani.
Non c’è stato scampo per Lea, che nel novembre del 2009 è stata uccisa in modo barbaro: è stata rapita, picchiata e assassinata brutalmente e i suoi carnefici hanno anche infierito sul cadavere.
Su Lea Garofalo, lo Stato ha fallito su tutta la linea:
• Non ha compreso la qualità della sua scelta di marcare la distanza dall’ex compagno boss, dalla sua stessa famiglia e dalla realtà mafiosa del territorio, anzi l’ha più volte umiliata considerandola una collaboratrice di giustizia, una sorta di pentita, mentre era una vera Testimone, dato che non aveva mai avuto alcun coinvolgimento nell’attività dell’organizzazione mafiosa.
• Non l’ha protetta di fronte ai vari tentativi di rapirla e ucciderla. Il 5 maggio del 2009, mentre si trovava in località pseudo-segreta, a Campobasso, Lea subì un tentativo di rapimento orchestrato con un inganno dall’ex compagno e dovette addirittura lottare fisicamente, insieme alla figlia, contro il sicario Massimo Sabatino. Si salvò grazie alla inaspettata presenza in casa dell’allora giovanissima Denise, essendo stato dato dal padre l’ordine di non arrecarle alcun danno. Nel successivo sopralluogo dei carabinieri, venne trovato dell’hashish lasciato volutamente dal killer, che aveva finto di essere un tecnico intervenuto per riparare la lavatrice. Questo episodio causò un danno particolare a Lea, perché fu il pretesto per considerarla non più una vittima ma una persona inaffidabile e poco raccomandabile.
* Non è ritornato sui suoi passi cambiando approccio e sistema di protezione e sostegno. Lea Garofalo è stata letteralmente abbandonata e così è potuta diventare facile preda delle strategie omicidiarie del boss Carlo Cosco e dei suoi complici. Quando era a Milano, infatti, fu convinta dal compagno a riallacciare i rapporti: egli finse di essersi ravveduto e di volerla aiutare economicamente per il bene della loro figlia.
Sfinita dalle durezze della vita sotto protezione, sia per le ristrettezze economiche, data l’esiguità degli assegni di mantenimento statale, sia per l’isolamento sociale ed emotivo, Lea rinunciò “volontariamente” al programma di tutela, anche per sottrarsi agli ingiusti provvedimenti della Commissione Centrale e del Servizio Centrale, che sono le strutture deputate per legge a gestire i Testimoni di giustizia. Questo la espose a una situazione di grave pericolo, tanto che divenne facile vittima dei suoi aguzzini.
La giustizia per Lea è arrivata solo il “giorno dopo”. Ancora una volta, lo Stato ha mancato l’appuntamento con l’antimafia decisiva del “giorno prima”.
Le condanne definitive per l'omicidio e la distruzione del cadavere di Lea Garofalo, stabilite con sentenze dalla Corte di Cassazione il 18 dicembre 2014, riguardano cinque imputati:
• Carlo Cosco, condannato all’ergastolo, risultato il mandante e l’organizzatore del delitto, che sfruttò vigliaccamente il suo ruolo di compagno e il rapporto di padre con la figlia per ingannare ripetutamente Lea;
* Vito Cosco, fratello di Carlo, condannato all’ergastolo per aver partecipato al rapimento e all’uccisione di Lea, picchiandola selvaggiamente prima di strangolarla, nonché alla distruzione del cadavere;
* Rosario Curcio, componente della famiglia mafiosa, condannato all’ergastolo per complicità nella eliminazione di Lea;
* Massimo Sabatino, membro della ‘ndrina dei Cosco, condannato all’ergastolo in quanto responsabile del tentativo di rapimento a Campobasso e partecipe sia dell’uccisione di Lea, sia della distruzione del cadavere, avvenuta a Monza;
* Carmine Venturino, che ha sfruttato il ruolo di ex fidanzato di Denise, condannato a venticinque anni di reclusione, anziché all’ergastolo, per avere collaborato con la giustizia.
Anche dopo la sua morte, Lea Garofalo ha subito il tentativo di “mascariamento”, durante il processo contro i suoi carnefici.
Si è cercato appunto di sporcarne la reputazione, facendo strumentalmente riferimento alle sue scelte private contro l’ex compagno boss e la sua cosca. Lo sa bene la senatrice Enza Rando, che è stata la sua agguerrita avvocato prima del suo omicidio e, successivamente, legale di parte civile della figlia Denise, durante tutto l’iter processuale.
Tuttavia, le gravissime responsabilità dello Stato non sono emerse. Io stesso ne chiesi conto e ragione, presentando, il 16 novembre del 2010, al Senato, un’interrogazione a risposta orale ai ministri dell’Interno e della Giustizia di allora.
Chiedevo di sapere perché, pur essendo nota la volontà della ‘ndrangheta di eliminare Lea, non fossero stati adottati quei provvedimenti straordinari, che pure sono previsti, in grado di garantirle protezione e sicurezza. Domandai se il ministro dell’Interno intendesse avviare un’indagine interna, per accertare le cause che avevano spinto Lea, nell’aprile del 2009, a rinunciare al programma di protezione e le imperdonabili responsabilità della mancata tutela. Non ottenni alcuna risposta.
La scia di violenza e morte non ha fermato il suo cammino e ha finito per travolgere Denise, deceduta la mattina dello scorso 10 settembre, in un ospedale di Roma, dopo quattro giorni di agonia.
Al momento, si ritiene che si sia trattato di suicidio: si pensa che Denise si sia lanciata dalla finestra del suo appartamento, situato al terzo piano di un edificio di Ariccia, in provincia di Roma, dove la donna risiedeva.
Le modalità sono tutte da accertare, però intanto va rilevato che la zia, Marisa Garofalo, molto impegnata a preservare le scelte dirompenti di Lea, non è stata neppure tenuta informata sulle condizioni della nipote prima del decesso.
Anche la storia di Denise deve essere conosciuta in tutta la sua drammaticità.
È bene sottolineare che, dopo la tragica morte della mamma, seppe rialzarsi e mettersi di nuovo in cammino. Le tappe della sua vita sono infatti costellate sin da subito da scelte ammirevoli: a soli 17 anni, ha deciso di far celebrare i funerali della mamma a Milano e di farla tumulare nel cimitero monumentale, dove sono sepolte le più alte personalità milanesi, che hanno dato onore alla città; ha avuto il coraggio di denunciare pubblicamente il padre e i suoi complici.
Entrata finalmente nel programma di protezione dei Testimoni di giustizia, si è impegnata, ha studiato e si è laureata, ha iniziato a lavorare e ha messo al mondo un figlio.
Non ha risparmiato al padre il riconoscimento delle sue responsabilità durante il processo, sebbene abbia accettato, dopo la condanna e dopo alcuni anni, di portargli in visita il nipote, in carcere, per faglielo conoscere.
Nel frattempo, evidentemente qualcosa è rimasto irrisolto dentro di lei.
Il dolore è come una goccia che scava e lacera. Denise ha sofferto indicibilmente e purtroppo ha iniziato a fare uso di sostanze.
Non è riuscita a trovare pace e alla fine è arrivato il tragico epilogo, anche se è tutto da verificare, visti i precedenti tentativi di depistaggio su Lea e i vari e lunghi contatti telefonici avuti con il padre-boss, che è bene sottolineare non hai mai scelto la via della collaborazione.
Per questo motivo è opportuno procedere con cautela nell’accertamento di quanto avvenuto, a partire dalla natura e dalle finalità di queste conversazioni telefoniche.
Anche nei confronti di Denise, in ogni caso, lo Stato avrebbe dovuto adottare provvedimenti più efficaci, per tutelarla meglio, data la sua difficile condizione ed esposizione a rischi. Dopo l’uscita dal programma di protezione, Denise doveva essere comunque seguita in modo adeguato, con i supporti necessari sulla sicurezza e sul piano psicologico.
Eppure ben due relazioni della Commissione Parlamentare Antimafia avevano già indicato chiaramente i sostegni che è indispensabile garantire ai Testimoni, in riferimento a tutte le necessità quotidiane, dentro e fuori la presa in carico dello Stato.
Erano state illustrate con dovizia di particolari tutte le criticità emerse nella gestione dei Testimoni, grazie ai suggerimenti operativi inseriti nella relazione dell’on. Angela Napoli, del febbraio 2008, e in quella dell’on. Davide Mattiello, dell’ottobre 2014.
Successivamente, è stata approvata la legge n. 6 del 2018, di cui sono stato relatore al Senato, che è considerata unanimemente un compendio completo e organico sulle modalità di tutela e valorizzazione dei Testimoni di giustizia, che non vanno mai abbandonati a se stessi, nel confronto con la forza potentissima delle organizzazioni mafiose, neanche a distanza di anni.
Solo uno Stato libero, leale e ben attrezzato può fronteggiare i boss e reggere l’urto dei tentativi di vendetta e l’isolamento sociale a cui vanno incontro i Testimoni.
La storia di Lea e Denise ci insegna che lo Stato deve essere in grado di cambiare passo e assumere un piglio istituzionale e organizzativo nel considerare i Testimoni di giustizia una risorsa importante e preziosa nella lotta del “giorno prima” alle mafie e al loro sistema collusivo.
Per fare questo, occorre finalmente adottare coerentemente tutte le norme attuative della legge, rispettandone lo spirito ispiratore e il dettato normativo, senza considerare i Testimoni e, per altri versi, i collaboratori di giustizia, pur con le peculiarità personali, come problemi da gestire solo burocraticamente, di cui liberarsi al più presto.
Non possiamo archiviare questa drammatica vicenda, senza accertare le responsabilità di chi non ha saputo o voluto compiere il proprio dovere di tutela nei confronti di queste due donne coraggiose e delle loro scelte esemplari per il percorso travagliato, insidioso e rischioso di liberazione dalle mafie.
Non si possono neanche trascurare i fatti avvenuti nel territorio di origine di Lea e Denise.
A Petilia Policastro, in provincia di Crotone, se da un lato vanno apprezzate e incoraggiate le iniziative di sostegno alle scelte delle due donne, dall’altro bisogna rilevare e censurare fatti gravi, ben documentati dalla stampa più coraggiosa, come riportato in numerosi articoli di Wordnews, il cui direttore Paolo De Chiara ha scritto un libro che racconta in modo molto dettagliato e approfondito la vita di Lea, intitolato: “Una fimmina calabrese.
Così Lea Garofalo sfidò la ‘ndrangheta”. Vi sono stati atteggiamenti da cui è indispensabile prendere le distanze, come i funerali trionfali del boss Rosario Curcio, uno dei condannati poi morto suicida in carcere, il cui feretro è stato accolto con tanto di manifesto pubblico per il lutto.
Alle esequie, avrebbero partecipato perfino un vice sindaco, un assessore e due consiglieri comunali, uno di maggioranza e uno di opposizione. Ho trovato molto fragili le spiegazioni del Sindaco e soprattutto le giustificazioni della Prefettura per la non conoscenza di quanto è avvenuto sotto gli occhi delle forze dell’ordine.
Lo stesso trattamento festante è stato tributato ai fratelli Cosco, durante i permessi-premio che sono stati loro concessi, sebbene siano ergastolani, grazie ai quali hanno avuto la possibilità di tornare sul territorio e magari riallacciare i loro rapporti mafiosi.
Tante domande allora sgorgano legittime e sono necessarie per comprendere il contesto e le eventuali ulteriori responsabilità.
Insomma, c’è ancora molto da ripensare, riprogettare e rifare nella lotta alle mafie, a partire da un cambio di passo nella gestione dei Testimoni di giustizia, come di recente alcuni di questi sono tornati a chiedere per l’ennesima volta, attraverso istanze e missive.
Ne è un esempio la lettera resa pubblica da Giuseppe Carini, testimone della morte di Padre Pino Puglisi sui responsabili del suo omicidio e sul valore della sua azione educativa di liberazione dalla presa sociale dei boss sui giovani e sul territorio.
* On. Giuseppe Lumia
Già Presidente Commissione Parlamentare Antimafia
Già Parlamentare per 6 legislature (1994 - 2018)
