“L’anno del dionisiaco” pubblicato nel 2025 da Aculei Edizioni, nella collana Trigona, di Andrea Tomaselli (pp. 244, € 16,00) è un romanzo che non racconta soltanto una storia individuale, né si limita a denunciare le storture di un’istituzione.
( nella foto in apertura la copertina del libro "L'Anno del Dionisiaco" di Andrea Tomaselli con prefazione di Claudia Cantale - Aculei Edizioni )
Il suo bersaglio più profondo è il modo stesso in cui la nostra società crede, ovvero l’insieme di convinzioni invisibili che orientano i comportamenti, giustificano le scelte e rendono accettabile ciò che, sul piano morale, dovrebbe essere messo in discussione.
In questo senso, il romanzo di Andrea Tomaselli funziona come uno specchio: ciò che accade sulla pagina non è altro che una versione concentrata, resa più leggibile, di ciò che accade quotidianamente nel mondo contemporaneo.
Nella società in cui viviamo, il sistema di credenze non si presenta più come un insieme di dogmi espliciti.
Non ci viene chiesto di “credere” in senso tradizionale. Ci viene piuttosto chiesto di adeguarci.
Crediamo che le istituzioni funzionino perché devono funzionare, che l’ordine sia necessario perché il caos spaventa, che la neutralità sia possibile perché ammettere il contrario significherebbe riconoscere la presenza del potere ovunque.
Sono credenze che non si proclamano, ma si esercitano. Il romanzo intercetta esattamente questo punto cieco.
La scuola che descrive — con i suoi rituali, le sue gerarchie, le sue procedure — è del tutto simile a quella che conosciamo: un luogo che afferma di trasmettere valori mentre, in realtà, trasmette soprattutto adattabilità.
Si insegna a stare al proprio posto, a non eccedere, a non disturbare il meccanismo.
Il valore della crescita individuale viene celebrato, ma solo a patto che non metta in crisi l’assetto complessivo.
È una dinamica che riconosciamo bene anche fuori dal contesto scolastico: nel lavoro, nei media, nel discorso pubblico.
La società contemporanea ama definirsi morale, ma ha smesso di interrogarsi sulle proprie credenze.
Difende concetti come responsabilità, legalità, tutela, ma li separa sistematicamente dall’esperienza concreta delle persone.
Così accade che un sistema possa dirsi giusto mentre produce esclusione, violenza simbolica, silenzi forzati.
Andrea Tomaselli non inventa nulla: mostra ciò che accade quando i valori restano come etichette, mentre le credenze operative seguono un’altra logica, più cinica e funzionale.
È qui che il dionisiaco irrompe come elemento di disturbo.
Nel romanzo, come nella società reale, il dionisiaco rappresenta ciò che non si lascia addomesticare: il corpo che sente, il desiderio che eccede, la relazione che non può essere ridotta a protocollo.
La nostra epoca tende a tollerare il dionisiaco solo in forma controllata: come spettacolo, come consumo, come trasgressione innocua.
Ma quando esso diventa pratica reale — quando chiede ascolto, cura, coinvolgimento emotivo — viene percepito come una minaccia.
Il parallelo con la società contemporanea è evidente.
Viviamo in un tempo che celebra la libertà individuale, ma diffida profondamente di chi la esercita fino in fondo.
Si esalta l’autenticità, purché non destabilizzi. Si parla di inclusione, purché non metta in discussione le gerarchie.
Il sistema di credenze dominante funziona così: consente i valori solo finché restano compatibili con l’ordine esistente.
Nel romanzo, i personaggi che provano a vivere valori non mediati - l’amore come cura reale, l’educazione come responsabilità reciproca, la relazione come esposizione al rischio - si trovano rapidamente isolati.
Non perché siano moralmente sbagliati, ma perché non sono credibili all’interno del sistema.
Ed è qui che Andrea Tomaselli tocca un nervo scoperto della contemporaneità: oggi non conta tanto ciò che è giusto, quanto ciò che appare legittimo agli occhi dell’apparato sociale.
La società in cui viviamo, come quella narrata, preferisce credenze che garantiscano stabilità piuttosto che valori che producano giustizia.
Preferisce la sicurezza alla verità, la procedura alla relazione, il linguaggio alla vita.
In questo senso, L’anno del dionisiaco non è un romanzo “contro” la morale, ma contro la sua automatizzazione.
Contro l’idea che basti aderire a un sistema per essere nel giusto.
Il dionisiaco, allora, non offre una via di fuga né una nuova etica pronta all’uso.
Offre qualcosa di più scomodo: la consapevolezza che ogni valore autentico implica una rottura, e che nessun sistema di credenze dominante può accoglierlo senza essere messo in crisi.
È una lezione che riguarda la scuola, certo, ma anche la politica, le relazioni, il modo in cui scegliamo di stare nel mondo.
Alla fine, il romanzo ci restituisce una domanda che riguarda tutti: in una società che crede nel funzionamento più che nel senso, siamo ancora capaci di distinguere ciò che crediamo da ciò che riteniamo giusto? O abbiamo smesso di farlo per non doverne pagare il prezzo?
