Giorgia Meloni con Silvio Berlusconi e Matteo Salvini
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ROMA – Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, nel suo discorso di insediamento lo ha chiamato direttamente in causa, citando Luciano Violante, tra i principali dirigenti del Partito comunista italiano, nel discorso che questo tenne nel 1996 appena eletto presidente della Camera dei deputati.

È significativo, a mio avviso, mettere a confronto le due parti perché danno la misura, da una parte, della grande forza, non solo politica grazie alle elezioni, ma anche di egemonia culturale che si apprestano a conquistare i Fratelli e le Sorelle di Giorgia Meloni prossima presidente del Consiglio.

Il terreno, di scontro e di confronto anche delle ultime ore, è sempre quello del rischio di un ritorno del fascismo (chiaro, sotto altre forme) e dell’antifascismo che in molti già stanno richiamando in campo. Ieri il presidente La Russa, dopo aver lodato e applaudito ogni singola parola della senatrice Segre, richiamando Violante ha citato solo “la parte che spero sia più condivisibile da tutti”. Ecco, già questa sottolineatura mette in rilievo che comunque un problema esiste e resiste ancora oggi.

“Riferendosi alla necessità di un superamento di qualunque momento di odio – ha detto La Russa – di rivalità, di contrasto storico, di antiche o nuove discussioni… Violante ebbe a dire  che un clima coeso ‘aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro Paese, a costruire la liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il semplice e fondamentale fatto di vivere in questo Paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo, di volerlo più prospero e più sereno. Dopo, poi, all’interno di quel sistema comunemente condiviso, potranno esservi tutte le legittime distinzioni e contrapposizioni'”.

Di seguito l’impegno del nuovo presidente La Russa a far sì che sia proprio il Parlamento a rappresentare e custodire la memoria collettiva del Paese. Però, andando a rileggere dagli atti della Camera il discorso di Violante, questi era stato più aperturista: “La Resistenza e la lotta di liberazione corrono lo stesso rischio e, per di più, non appartengono ancora alla memoria collettiva dell’Italia repubblicana – disse Violante – mi chiedo, colleghi, me lo chiedo umilmente, in che modo quella parte d’Italia che in quei valori crede e che quei valori vuole custodire e potenziare nel loro aspetto universale di lotta alla tirannide e di emancipazione dei popoli, non come proprietà esclusiva, sia pure nobile, della sua cultura civile o della sua parte politica, mi chiedo cosa debba fare quest’Italia perché la lotta di liberazione dal nazifascismo diventi davvero un valore nazionale e generale, e perché si possa quindi uscire positivamente dalle lacerazioni di ieri”.

Violante proseguiva così: “Mi chiedo se l’Italia di oggi – e quindi noi tutti – non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà (Applausi). Questo sforzo, a distanza di mezzo secolo, aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro Paese, aiuterebbe a cogliere la complessità del nostro Paese, a costruire la liberazione come valore di tutti gli italiani, a determinare i confini di un sistema politico nel quale ci si riconosce per il semplice e fondamentale fatto di vivere in questo Paese, di battersi per il suo futuro, di amarlo, di volerlo più prospero e più sereno. Dopo, poi, all’interno di quel sistema comunemente condiviso, potranno esservi tutte le legittime distinzioni e contrapposizioni”.

Per alcuni critici forse è a partire da discorsi così che la sinistra nel corso del tempo si è smarrita. Oggi, dopo anni e anni di confronti e scontri, con la destra che conquista, grazie al voto dei cittadini italiani, le prime cariche dello Stato; con un Pd, erede di gran parte della sinistra e del centro democratico antifascista, oggi fortemente in crisi di identità e allo sbando, facile preda del nuovo populismo pseudo-sinistrorso capitanato da Giuseppe Conte; è chiaro che la prima forza politica dell’opposizione o in tempi brevi sarà in grado di definire e ridefinirsi una identità politico-culturale all’altezza della sfida lanciata dalla destra, o sarà archiviata e dimenticata.

Prima delle cariche rimaste, prima di pensare a spartirsi i posticini che i nuovi potenti di oggi gli lasceranno, dovrebbero considerare che qui sta la sfida per la vita, per far rivivere una forza politica riformista e di sinistra capace di far sognare un nuovo mondo, di suscitare passioni tra le giovani generazioni e non solo rassicurazioni agli anziani pensionati. Già intellettuali di gran calibro della destra della nuova era stanno indicando le tappe per conquistare l’egemonia culturale, che poi è quella che detta la vita quotidiana di tutti noi.

Per me ormai è abbastanza chiaro: gran parte della classe dirigente che ha governato la sinistra negli ultimi venti anni deve farsi da parte, deve essere messa in condizione di non nuocere o inquinare la possibilità di far nascere una nuova e riconosciuta identità. Dietro il discorso della responsabilità, del farsi forza di governo per il bene di tutti noi, fregandosene e schivando il voto dei cittadini, ha fatto sì che questi si siano resi colpevoli di aver ceduto alle logiche e alle tecniche di forze economiche e finanziarie che avevano bisogno di politici deboli e meramente esecutori dei loro desiderata.

Oggi, dopo la pandemia, con una guerra alle porte di casa, con una serie di crisi economiche e sociali che presto colpiranno tutti noi nella vita di ogni giorno, bisognerà fare chiarezza su quelle che sono le ragioni che una forza, oggi di opposizione ma che prepara l’alternativa, mette al centro della propria azione politica. Basta col prendere per oro colato quello che diversi ‘tecnici’, dal livello europeo a quello più nostrano, cercano di far passare come medicina necessaria. Anche queste scelte sono politiche alla fine, e lasciano sul campo vincenti e vinti. E vista la platea dei vinti, dei tantissimi cittadini in difficoltà, oggi ingrossata enormemente, è chiaro che le scelte di certa pseudo-sinistra hanno avvantaggiato qualcun altro.

Qui va fatta una prima distinzione: non ci si può più nascondere solo nella doverosa battaglia per difendere e allargare i diritti, ma bisogna subito cominciare a ragionare anche se questo processo alla fine, rendendoci di fatto tutte singole identità perché magari il mio diritto non è uguale al tuo, non porti alla creazione di una società assai debole, facile da governare e manovrare da quanti hanno come scopo solo quello di vendere merci che durano poco senza sprecare tempo per convincere magari menti più accorte.

La libertà, cito a braccio Cristopher Lasch, non può consistere nello scegliere tra marchi e prodotti preconfezionati, modi di vita progettati da opinion makers. Qui sta la forza della proposta culturale che la nuova destra lancerà a breve con l’obiettivo di non sparire tra un anno quando l’interesse si sposterà altrove.

Il richiamarsi a Dio, Patria e Famiglia, che a qualcuno potrà sembrare roba vecchia, nella nuova fase invece rischia di essere considerata proposta rivoluzionaria. Perché nel momento in cui ci si sente allo sbando, preda degli interessi altrui, impossibilitati a farsi rappresentare, è chiaro che diventerà naturale rivolgersi a chi potrà almeno rassicurare. Per questo tocca ad una nuova classe dirigente riformista e di sinistra mettersi in gioco, gettare le carte ormai unte e bisunte utilizzate finora per far giocare i soliti ‘professionisti’, trovare nuove risposte, nuova cultura da contrapporre alla destra vincente. Per far tornare a sognare, a credere che sia possibile cambiare in meglio questo nostro mondo, a ridare un sorriso a chi da anni vive di preoccupazioni e delusioni.

 Fonte Agenzia DIRE , indirizzo www.dire.it

Articolo scritto da Nicola Perrone
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