Il cambiamento climatico non riguarda soltanto l’ambiente. Entra nelle nostre case attraverso le immagini di incendi, alluvioni, ondate di calore e siccità; raggiunge i nostri pensieri attraverso notizie, previsioni e dati scientifici. Inevitabilmente, coinvolge anche la nostra vita psichica.
( nella foto in apertura raffigurazioni degli effetti del cambiamento climatico )
Con la crescente preoccupazione per il futuro del pianeta si diffonde quella che viene definita eco-ansia: un insieme di paura, angoscia, impotenza e inquietudine legato alla crisi climatica e ambientale.
Preoccuparsi di una minaccia reale non è necessariamente patologico. L’ansia, entro certi limiti, svolge una funzione utile: segnala un pericolo, mobilita le risorse e prepara ad affrontare ciò che potrebbe accadere. La difficoltà nasce quando il sistema di allarme rimane costantemente attivo e la preoccupazione, invece di orientare verso una risposta consapevole, comincia a limitare la vita quotidiana.
L’ansia si fonda anche sull’anticipazione. La mente immagina possibili eventi futuri e il corpo reagisce come se dovesse prepararsi ad affrontarli. Nel caso dell’eco-ansia, però, la minaccia non è soltanto ipotetica: i dati scientifici e i fenomeni osservabili confermano l’esistenza della crisi climatica. Proprio per questo può diventare difficile distinguere tra una valutazione realistica del rischio e una previsione catastrofica.
La consapevolezza che esistano problemi ambientali concreti può trasformarsi nella convinzione che accadrà inevitabilmente qualcosa di terribile. Il pensiero assume così il valore di una certezza. In psicologia cognitiva questo meccanismo viene descritto come fusione tra pensiero e realtà: ciò che immaginiamo o temiamo viene percepito come imminente, già presente o inevitabile.
Il circuito può svilupparsi in questo modo:
informazione → preoccupazione → scenario catastrofico → allarme → ricerca di ulteriori informazioni → nuova preoccupazione.
Quando il meccanismo si ripete, l’ansia tende ad autoalimentarsi. La persona cerca notizie per sentirsi più preparata, ma ogni aggiornamento può offrire nuovi elementi per costruire scenari negativi. Controllare le previsioni, le temperature, le immagini dei disastri e gli aggiornamenti scientifici sembra una strategia di rassicurazione; tuttavia, se diventa continuo, può mantenere attivo il senso di pericolo.
La mente ansiosa non si limita a chiedersi che cosa stia accadendo. Passa rapidamente a domandarsi che cosa potrebbe succedere dopo: se il fenomeno si ripeterà, se arriverà anche nella propria zona, se la situazione peggiorerà o se sarà ancora possibile trovare una soluzione. La proiezione costante verso il futuro rende difficile restare ancorati al presente.
Le conseguenze possono riguardare il sonno, la concentrazione, l’umore e l’energia. Alcune persone si sentono stanche, irritabili o incapaci di dedicarsi ad attività piacevoli. Anche le decisioni ordinarie possono essere filtrate dalla paura: viaggiare, scegliere dove vivere, avere figli, fare progetti a lungo termine o organizzare semplicemente la giornata possono apparire rischiosi o irresponsabili.
In altri casi prevalgono l’evitamento e il controllo. Si rinunciano a luoghi o attività percepiti come pericolosi, oppure si cerca di prevenire ogni possibile conseguenza attraverso comportamenti sempre più rigidi. Il tempo e le energie vengono assorbiti dal tentativo di ridurre l’incertezza, fino a restringere la libertà di scelta e la qualità della vita.
L’eco-ansia è anche un’esperienza collettiva. Se ne parla nei media, nelle istituzioni, nella comunità scientifica, sui social network e nelle relazioni quotidiane. Questa dimensione condivisa può avere un effetto positivo, perché aiuta a comprendere che la preoccupazione non è necessariamente irrazionale o individuale. Allo stesso tempo, però, l’esposizione continua all’allarme collettivo può amplificare l’attivazione emotiva: la paura personale si intreccia con quella degli altri e diventa più difficile interrompere il flusso di informazioni.
Sotto questo aspetto, l’esperienza può ricordare quella vissuta durante la pandemia. Anche allora una minaccia reale e invisibile entrava quotidianamente nelle case attraverso bollettini, numeri, immagini e previsioni. Il bisogno di essere informati poteva trasformarsi in un controllo incessante. La crisi climatica presenta però una caratteristica ulteriore: è un processo lungo, complesso e privo di un confine temporale facilmente riconoscibile. Per questo può essere difficile individuare un momento in cui l’allarme possa finalmente diminuire.
La preoccupazione condivisa può influenzare anche le relazioni. Alcune persone possono sentirsi incomprese da chi appare meno coinvolto; altre possono entrare in conflitto con familiari, amici o colleghi per questioni legate ai consumi, ai viaggi o agli stili di vita. Quando il tema ambientale occupa ogni conversazione, può ridursi lo spazio per altri interessi e per una relazione più equilibrata con gli altri.
Le reazioni, tuttavia, non sono uguali per tutti. La stessa notizia può suscitare paura, rabbia, tristezza o senso di colpa, a seconda della storia personale, delle esperienze precedenti e del modo abituale di affrontare l’incertezza. Alcune persone si concentrano sulla paura del futuro; altre provano rabbia verso istituzioni, aziende o comportamenti individuali considerati responsabili della crisi. Altre ancora sperimentano tristezza, impotenza e vissuti depressivi.
Chi è particolarmente sensibile all’incertezza può sviluppare comportamenti di controllo. Verificare continuamente le notizie o le previsioni può dare un sollievo momentaneo, ma rischia di rafforzare l’idea che sia necessario controllare tutto per sentirsi al sicuro. Se questi comportamenti diventano rigidi, possono interferire con i progetti personali, le attività abituali e la capacità di vivere pienamente il presente.
L’eco-ansia può inoltre trasformarsi in un pessimismo generalizzato. Una preoccupazione specifica, come la consapevolezza che il cambiamento climatico sia un problema serio, può diventare una convinzione più ampia: il futuro sarà terribile, nulla potrà cambiare, ogni progetto è destinato a fallire. In questo passaggio non si sta più soltanto valutando un rischio, ma si sta costruendo una rappresentazione complessivamente negativa del futuro.
Quando prevale questa prospettiva, anche studiare, lavorare, costruire relazioni o dedicarsi a un progetto personale possono sembrare attività prive di significato. La persona rimane così concentrata su ciò che potrebbe accadere da non riuscire più a investire nel presente. L’ansia non produce soltanto sofferenza, ma può condurre a una forma di paralisi.
Per questo è importante osservare non solo l’intensità della preoccupazione, ma anche il suo impatto concreto. Se l’eco-ansia compromette il sonno, il lavoro, lo studio, le relazioni, la capacità di fare progetti o il piacere delle attività quotidiane, merita attenzione. Chiedere un supporto psicologico non significa negare la crisi climatica né dimostrare indifferenza verso l’ambiente. Significa prendersi cura del proprio equilibrio per poter affrontare un problema reale con maggiore lucidità e continuità.
Uno strumento utile è la defusione cognitiva, sviluppata nell’ambito dell’Acceptance and Commitment Therapy. Defondersi da un pensiero non significa convincersi che sia falso, ma riconoscerlo come un evento mentale e non come una previsione certa. Non sottomettere dunque la propria identità o la realtà ai pensieri catastrofici e assumere un atteggiamento di distanza con comportamenti propositivi e non incrementare allarme e svilimento. Accettare si ma catastrofizzare non serve ad affrontare in modo funzionale il problema e neanche il vissuto di lutto o di minaccia.
C’è una differenza tra dire:
«Il futuro sarà catastrofico»
e dire:
«Sto avendo il pensiero che il futuro sarà catastrofico».
La seconda formulazione crea una distanza psicologica. Non nega il problema e non lo minimizza, ma impedisce che ogni possibilità venga trasformata in una certezza. Questo spazio può aiutare a interrompere anche i comportamenti che mantengono l’ansia, come il controllo continuo delle informazioni o l’evitamento di situazioni quotidiane.
L’obiettivo non è smettere di informarsi, ma scegliere quando e come farlo. È possibile stabilire momenti dedicati alle notizie, limitare il monitoraggio ripetitivo e distinguere tra informazione utile e ricerca compulsiva di rassicurazione. Allo stesso modo, è possibile riconoscere la paura senza lasciare che determini ogni decisione.
La flessibilità psicologica permette di tenere insieme due consapevolezze: il cambiamento climatico è una questione reale e importante, ma non tutto ciò che la mente immagina come inevitabile è destinato necessariamente ad accadere. Questa distinzione restituisce uno spazio di libertà e consente di continuare a coltivare relazioni, interessi e progetti anche in presenza dell’incertezza.
L’impegno ambientale può così nascere dai valori e dal senso di responsabilità, non soltanto dal panico o dal senso di colpa. Agire per il pianeta non significa vivere in uno stato permanente di emergenza, né pretendere che le scelte individuali risolvano da sole un problema collettivo.
La crisi climatica ci confronta con una minaccia globale, complessa, futura e in parte incontrollabile. Sono condizioni che possono alimentare l’ansia, ma non condannano necessariamente la psiche a un allarme continuo. Possiamo riconoscere la paura senza trasformarla in una profezia, informarci senza monitorare incessantemente e preoccuparci senza rinunciare alla vita quotidiana.
La sfida psicologica del nostro tempo consiste nel restare consapevoli della fragilità del pianeta senza trasformarla in una permanente sensazione di fragilità personale. Tra la negazione del pericolo e la convinzione che la catastrofe sia già avvenuta esiste uno spazio fondamentale: quello della consapevolezza, della tolleranza dell’incertezza e della possibilità di scegliere come rispondere a ciò che non possiamo controllare.
Il pensare negativo, in modo allarmante non ci aiuta in tal senso.
Giuseppe Femia
