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Mercoledì, 21 Agosto 2019
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Cambridge Analytica, un anno dopo: Facebook e la politica di nuovo sotto inchiesta. Quanto contano, oggi, davvero le Lobby?

Posted On Lunedì, 18 Marzo 2019 09:46

Non abbiamo avuto il tempo di metabolizzare del tutto lo scandalo di Cambridge Analytica che una recente inchiesta dell’Observer (gruppo Guardian) sembrerebbe dimostrare che Facebook abbia svolto attività di lobbying su politici sparsi in varie parti del globo, con il cinico obiettivo di “tutelare” la compagnia californiana da leggi sulla privacy ritenute troppo stringenti. L’operazione (poco) segreta avrebbe coinvolto i 28 Paesi membri dell’Unione Europea, gli Stati Uniti, Canada, Argentina e Brasile, implicando in prima persona, tra gli altri, l’ex cancelliere dello scacchiere britannico George Osborne e, soprattutto, l’ex primo ministro irlandese Enda Kenny (già Presidente di turno del Consiglio UE).

Nonostante la cronaca riporti nuovamente in auge l’attività dei gruppi di pressione, analizzando con una certa freddezza lo scenario globale, ad oggi le Lobby non sembrano godere di uno stato di salute invidiabile, o comunque nulla di paragonabile al passato. Le nuove tecnologie consentono agli utenti di svolgere in autonomia tutta una serie di attività, che, in passato richiedevano figure di mediazione, in particolare nei settori della distribuzione e vendita di beni e servizi. Si tratta di un fenomeno definito dal filosofo Gino Roncaglia “disintermediazione” e che rappresenta un aspetto innovativo ma, al contempo, anche un fattore tendenzialmente preoccupante. Tali dinamiche, generate dal Web, nel corso degli anni hanno profondamente modificato i rapporti intercorrenti tra i gruppi di interesse, la sfera economica ed il sistema politico.

In buona sostanza, alla base del mutamento in atto si colloca un cambio di paradigma ad oggi ben noto, ovvero il passaggio “dal verticale all’orizzontale”: il classico rapporto tra soggetto decisore, da una parte, e folla inarticolata, dall’altra, è stato sostituto da una molteplicità relazioni tra attori sociali che interagiscono direttamente tra loro.
Il primo ambito ad essere travolto dalla disintermediazione è stato il comparto musicale; a seguire, il mondo dell’informazione, quello dell’editoria ed infine la politica. Cristallizzando la crisi della tradizionale rappresentanza politica, che aveva già̀ raggiunto uno stato avanzato, l’irruzione del Web e dei social ha ulteriormente indebolito i partiti (ed i politici) mettendone in discussione il ruolo e l’identità̀ e, al tempo stesso, coadiuvando l’insorgenza di nuovi attori della rappresentanza legittimati direttamente dalla “rete”.

Nel contesto appena descritto, a pagarne le conseguenze in maniera più significativa ed immediata sono stati (tra gli altri) proprio i gruppi di pressione, i quali, storicamente concepiti in forma spontanea dal meccanismo dell’intermediazione politico-economica, si sono trovati a dover far fronte ad una “Lobby liquida”, parafrasando Bauman. La consacrazione del Web 2.0 ha permesso alle community di far luce su criticità e contraddizioni del sistema rimaste, fino ai decenni precedenti, inespresse (o volutamente depotenziate); al tempo stesso, ciascun utente ha potuto cimentarsi in un lobbismo che potremmo definire “self-service”, reinterpretandone la sostanza in maniera del tutto incontrollata.

Il Web permette, infatti, a soggetti più o meno improvvisati non solo di sposare delle cause ritenute meritevoli (si pensi a piattaforme di successo come change.org) ma anche di farsene portavoce e, in alcuni casi, di presentarle al Legislatore in prima persona. In uno scenario simile, gli standard di advocacy vengono compromessi da pulsioni iper-popolari alle quali non si oppone una puntuale attività di filtro dei garanti “gatekeeper” che, di conseguenza, ne escono estremamente ridimensionati. Questa tendenza, benché riconsegni ad alcune frange della società un’innegabile centralità, diventa al tempo stesso un terreno impervio da percorrere in quanto priva la società stessa del “cuscinetto” della mediazione, nonché dei potenziali risultati raggiungibili dai professionisti del settore.

È ragionevole affermare che l’avanzamento della disintermediazione non può essere interpretato univocamente come fonte di progresso e che, di conseguenza, si potrebbe immaginarne un graduale superamento, legittimando una nuova schiera di organismi di intermediazione economica e politica a cui riconoscere un ruolo autorevole (vincolandolo inderogabilmente ad un ricambio dei paradigmi condiviso dall’opinione pubblica).

 

Francesco Colonnese

 

 

 

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