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Back Cronaca In tredicimila, quasi tutti dal Sud, per partecipare al concorso per la selezione di venticinque infermieri all'Ospedale Niguarda di Milano

In tredicimila, quasi tutti dal Sud, per partecipare al concorso per la selezione di venticinque infermieri all'Ospedale Niguarda di Milano

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Immaginate un paesotto di medie dimensioni, un paesotto di quasi 13 mila abitanti, Turi in provincia di Bari o Avigliana nel Torinese... Ecco, immaginate che tutto il paese si svuoti per trasferirsi in massa a Milano, disponendosi in coda e occupando i piazzali, le scale, i corridoi del Politecnico. La stessa fiumana che tra ieri e oggi si è presentata come un sol uomo al Padiglione Trifoglio, in via Bonardi, sotto il sole battente, con la remota speranza di conquistare uno dei 25 posti di infermiere messi a concorso dall’ospedale Niguarda.

Sì, perché l’affluenza (due terzi sono arrivati dal Sud) era tale che per accogliere tutti sono state affittate sei aule del Politecnico, dove gli aspiranti infermieri sarebbero stati divisi in quattro turni di 1.600 per accedere in ordine alfabetico al test a risposta multipla sugli esami del sangue e delle urine, sui valori del colesterolo e sui trigliceridi, sul consenso informato, sul codice deontologico eccetera. Per il Niguarda, 30 mila euro di spese tra affitto degli spazi, vigilanza e fotocopie (circa 15 mila).

Senza dimenticare le ambulanze semmai qualcuno, nella ressa, avesse un malore, anche se con tutti i potenziali colleghi lì intorno il pronto soccorso dovrebbe essere garantito, magari favorendo una nomina sul campo per acclamazione. Tra una settimana, la valutazione dei test porterà a una massiccia scrematura che riduca gli aspiranti a mille, pronti a una nuova spedizione milanese per altre prove.

La massa quieta di giovani stipata nei grigi cortili politecnici è la fotografia più abbagliante della crisi economica che viviamo. Una immagine da conservare a futura memoria, più eloquente di tanti numeri sulla disoccupazione giovanile. Le facce serie, preoccupate, sfiduciate, gli sguardi fissi sui fogli, tutte le speranze delegate a una crocetta, le giacche a vento neanche tolte, chi con le mani sul viso, chi con la testa accasciata sul banco. Gente che spesso già lavora nel precariato da anni, storie risapute. Uno su cinquecento ce la farà, e chissà poi se sarà davvero il migliore. Fonte: Corriere della Sera articolo di Paolo Di Stefano

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