Menu

Disturbi d'ansia: i successi della terapia strategica

Claudette Portelli Claudette Portelli

I disturbi d’ansia possono diventare coercitivi. Claudette Portelli e Matteo Papantuono sono due grandi esponenti della scuola di terapia strategica fondata e diretta da Giorgio Nardone. Due professionisti eccellenti che ci dimostrano, in questo caso clinico, come si possano trovare soluzioni anche rapide a disagi psicologici radicati. Ecco il caso. Un lunedì mattina di qualche mese fa, mentre stavo lavorando, mi arrivò una telefonata da una donna di mezza età. Con un filo di voce parlò di uno psichiatra amico di famiglia che le aveva parlato di noi e del nostro approccio. Continuando mi disse “voglio provare quest'ultima spiaggia, mi hanno detto che trattate in poche sedute anche problemi di ossessioni radicate da lungo tempo, è vero?”.

A stento riuscii a rispondere “si!”. Immediatamente, riprese, dicendo che però il figlio non sarebbe mai venuto perché non credeva più né nei medici, né di poter risolvere la sua condizione che durava ormai da anni. Poi continuò parlandomi del dramma che stavano vivendo a casa. In pochi minuti mi descrisse, anche se in maniera confusionaria, tutta la situazione. Parlò del figlio, un ragazzo costantemente in ansia a cui era stata diagnosticata una grave ossessione compulsiva, di suo marito quasi disabile e di sé che si stava ammalando a causa di quello che viveva. Era esausta, non ce la faceva più! Presi la parola, costringendola ad interrompersi. La informai che in certi casi, avevamo condotto delle terapie indirette raggiungendo buoni risultati e che da quello che stava dicendo, il caso che presentava sembrava essere di nostra competenza, tuttavia, per capire meglio, avremmo dovuto farle qualche domanda e parlarne meglio e di persona. Lei cercava rassicurazioni, chiedeva “ne usciremo? Si risolverà?” Aggiunsi, “ovviamente ogni caso è un caso a sé, se ci aiuta ad aiutarla, le possibilità di riuscita aumentano e potranno esserci anche in tempi brevi”.

Prima di chiudere, fissammo il nostro incontro. All'appuntamento giunse una signora robusta dai tratti nordici, una bellezza glaciale, alta al di sopra della media, viso di porellana dai lineamenti perfetti da sembrar quasi finti, pelle chiarissima, occhioni verde chiaro, a fare da contrasto a questo perfetto quadro boteriano, però, vi era un'evidente alopecia che dirada quella che un tempo doveva essere una bionda chioma. Avevamo di fronte una donna di 52 anni, che ispirava dolcezza e tenerezza e al contempo comunicava tutta la sua sofferenza. Alla domanda “cosa la porta qui da noi?”, presentò la sua situazione. Era sposata da circa 30'anni con un uomo che in seguito ad un incidente stradale, mentre andava a lavoro, stava attraversando un periodo difficile. Il gravissimo incidente costrinse l'uomo a restare in ospedale per molto tempo. In una prima fase era stato mantenuto in coma farmacologico, dopo aver superato vari problemi ed essere ritornato a parametri vitali soddisfacenti venne dimesso ed avviato ad un percorso riabilitativo di fisioterapia al fine di riacquisire una normale postura e ad una corretta deambulazione.

Nel presente l'uomo presentava un buon livello di autonomia pur muovendosi ancora con le stampelle o con la carrozzina. Oltre a lei e al marito, in casa c'era anche il loro unico figlio, un ragazzo di 28 anni, studente fuori corso di ingegneria. A qualche esame dalla fine del suo percorso di studi, in seguito all'incidente del padre, smise di andare all'Università e di dare esami. Indubbiamente, per la signora affrontare quella situazione da sola sarebbe stato molto difficoltoso, aveva bisogno di qualcuno che le restasse vicino e che le desse forza. Insieme, lei e il figlio, seguirono tutto il decorso della degenza prendendosi cura dell'uomo giorno e notte. Al rientro a casa si sperava che le cose pian pianino riprendessero, seppur con la nuova situazione che si era venuta a creare. Così non fu! Mentre il padre, anche grazie alla fisioterapia, giorno dopo giorno progrediva, il figlio cominciava a mostrare segni di irrequietezza, soprattutto quando restavano lui e il padre soli in casa. Dopo poche settimane dalla dimissione del padre, il ragazzo aveva iniziato a presentare una sintomatologia caratterizzata da intensa paura e dal continuo bisogno di essere rassicurato.

Diverse volte al giorno chiedeva “Mamma ma tu come stai? Papà sta migliorando?”. Inoltre, ridusse, fino ad eliminare del tutto, le uscite, cominciò sempre più a chiudersi in casa. Oltre alla preoccupazione per lo stato di salute del marito, ora si erano aggiunti i problemi del figlio. Non riusciva a stare solo, era costantemente in ansia, si preoccupava che potesse succedere qualcosa ai genitori e spesso era preso da veri e propri attacchi di panico che costringevano la mamma a rientrare immediatamente. Il padre, durate le assenze della signora, aveva il compito di restare all'erta e di chiamarla o di telefonare al 118 quando avvertiva che c'erano i segnali che lasciavano presagire l'arrivo della crisi. Per aiutare il figlio, l'uomo era disposto a fare qualsiasi cosa. Col passare del tempo le richieste, da parte del figlio verso i genitori, aumentarono: oltre a correre quando chiamava, dovevano provvedere a comprare in grosse quantità tavolette di sapone, carta igienica e gomma piuma, dovevano evitare di toccare i cuscini e la carta igienica disposte lungo le pareti di tutta la casa, le protezioni di gomma piuma attaccate con col nastro adesivo in tutti gli spigoli presenti e le tavolette di sapone ordinate in fila sui davanzali delle finestre. Inoltre, c'erano due stanze della casa diventate inaccessibili: la stanzetta del ragazzo e uno dei due bagni.

I genitori, infatti, potevano andare solo nel bagno di servizio opportunamente attrezzato per far fronte alle esigenze del padre che viveva questo periodo di disabilità. La signora raccontò che era da circa due anni, da quando era finito il calvario del marito che era iniziato quello del figlio. Mentre parlava, spesso, piangeva, riferì che il figlio non era più lo stesso, era diventata un'altra persona. Lei era terrorizzata che potesse essere preso da attacchi di panico, infatti, proprio per questo cercava di rassicurarlo e di essere sempre disponibile e pronta a rispondere ad ogni sua richiesta. Quelle poche volte che avevano mancato di rispondere prontamente alle richieste del figlio o se per errore si trasgrediva alle sue indicazioni, il ragazzo reagiva urlando e con crisi di pianto: “fa come un bambino capriccioso e viziato”. Il disinteresse generalizzato, l'assenza di partecipazione alle normali attività della famiglia, la riduzione dell'affettività e la sensazione di distacco e di estraniamento sembravano essere scomparse solo in un'occasione: quando la signora venne colta da un malore che la portò ad avere uno svenimento, probabilmente dovuto ad un abbassamento di pressione improvviso.

In quell'occasione il ragazzo reagì come avrebbe fatto chiunque altro figlio. A casa arrivò l'ambulanza che condusse la signora in ospedale, dove restò qualche ora prima di essere dimessa. In quell'occasione il ragazzo uscì di casa, costretto, montò in ambulanza e seguì la mamma in ospedale. Anche se solamente per accompagnare la madre, uscì. Era da oltre un anno che non varcava l'uscio di casa senza fare prima i suoi rituali propiziatori. Nei giorni successivi si prese cura della mamma e delle faccende domestiche come faceva quando era sano. Ciò si protrasse solo per qualche giorno. Col ristabilirsi della signora il figlio ripiombò nel suo malessere e alle sue manie. La reazione del ragazzo a questa circostanza, anche se apparentemente innocua, per noi costituiva un'importante eccezione, ci stava indicando ciò su cui far leva per rendere non auspicabile ma inevitabile il cambiamento nel ragazzo. Prima di arrivare da noi, durante i due anni precedenti erano stati da altri due specialisti (prima uno psichiatra e poi una psicoterapeuta anch'essa psichiatra).

Il primo intervento venne consigliato da uno psichiatra, amico di famiglia, lo stesso che successivamente li inviò da noi. La prima volta, la mamma fissò l'appuntamento e insieme, madre e figlio, si recarono presso lo studio ma lo psichiatra convocò solo il ragazzo. Al termine della seduta gli vennero prescritti dei farmaci (la madre ci mostra la ricetta): Prozac una compressa da 20 mg al mattino, Abilify alla sera ½ compressa (5 mg), Xanax al bisogno. Dopo pochissime assunzioni, il ragazzo si rifiutò di continuare a prenderli, sosteneva che ogni volta che li assumeva stava peggio. La madre riportò: “infatti, i primi rituali di lavaggio e le reazioni più forti comparvero proprio in seguito all'assunzione di questi farmaci”. Dopo qualche tempo la madre attraverso internet prese contatti con una psichiatra-psicoterapeuta specializzata proprio nei DOC e nelle psicosi. Madre e figlio andarono all'appuntamento, entrambi vennero fatti accomodare nello studio. Il ragazzo immediatamente, mise in chiaro che non avrebbe mai più preso nessun farmaco. In prima istanza la dott.ssa l'assecondò.

Dopo le prime volte, le visite settimanali continuarono per quasi un anno ma senza la presenza della mamma che si limitava ad accompagnarlo e a restare fuori dallo studio. Nonostante tutto, però, i sintomi restarono gli stessi, il ragazzo non progrediva. La dott.ssa ad un certo punto disse che senza farmaci, nei casi come il suo avere dei risultati era quasi impossibile. Dopo questa sentenza, il ragazzo non volle più ritornarci. Malgrado l'assenza di risultati, fin quando il ragazzo seguiva quella terapia, nella signora c'era ancora un raggio di speranza che si spense definitivamente con l'espressione di quell'ostinato rifiuto. La signora era distrutta ma non poteva e non riusciva a rassegnarsi. Passò poco meno di un anno dopo l'ultimo colloquio con la dott.ssa, quando l'amico psichiatra li chiamò e gli diede il nostro numero.

Prima di chiamarci la signora cercò di convincere -senza alcun esito positivo- il figlio a contattarci. Stanca e sfiduciata, in preda alla disperazione, chiamò lei. L'amico le aveva detto che forse avremmo potuto prendere in carico il caso pur in assenza del figlio. In seduta, infatti, si presentò sola. Durante l'indagine presentò il quadro sintomatologico sopra presentato. Rivelò di sentirsi schiacciata e di non riuscire più a fare niente, a lavoro quasi non ci andava più, lo stato del marito e il disturbo del figlio la stavano costringendo ad una “non vita, impossibile continuare così, se non fosse per il senso di colpa preferirei morire”.

Si descrive come una persona debole, stanca, infelice e divorata dal senso di impotenza. Lei si è sempre presa cura di tutti e tutti hanno sempre contato sul suo aiuto, per il suo senso pratico e la sua capacità di risolvere i problemi. Ora però non ce la fa più! Prima di darle le prescrizioni e congedarla, nel riassumere la situazione che aveva presentato, ridefinimmo tutto il suo racconto. Sottolineammo l'eccezione! Il figlio aveva mostrato un comportamento normale in occasione del suo improvviso malore. Aggiungemmo che se avesse continuato in quel modo il suo stato psicofisico, evidentemente già provato, sarebbe potuto collassare su se stesso. In quel modo anche lei, l'unica colonna ancora a reggere, avrebbe corso il rischio di crollare se non avesse reagito adeguatamente. Insieme arrivammo a condividere che per continuare ad essere forte, paradossalmente, avrebbe dovuto dichiarare la sua debolezza al figlio dicendogli: “Sai, oggi sono stata da dei dottori i quali mi hanno diagnosticato una grave depressione di cui devo prendermi cura, altrimenti peggiorerò fino a crollare.

Dunque, ti chiedo, solamente di comprendermi se di tanto in tanto non ce la faccio a fare quello che mi chiedi”. A sostegno della dichiarazione, avrebbe dovuto evitare di nascondere la stanchezza, anzi, avrebbe dovuto mostrarla apertamente almeno una volta al giorno, soprattutto in presenza del figlio. Seguendo, le facemmo capire ancora che ogni volta che rispondeva alle richieste di rassicurazione provenienti dal figlio, confermava che c'era motivo di preoccuparsi. Avevamo individuato un modo per peggiorare la situazione. In caso contrario, infatti, di fronte a ripetute richieste di quel genere, quando non segue nessun gesto concreto l'unica risposta è rispondere senza rispondere, oppure, rispondere con un'altra domanda. Infine, prima di chiudere, sulla scia di quello che faceva peggiorare, lasciammo la signora dicendole: “vogliamo che di qui a quando ci rivedremo tutte le mattine si ponga questa domanda all’apparenza irrazionale ma strategica <<Se io volessi peggiorare la situazione che vive mio figlio e che si vive in casa invece di migliorarla come potrei fare? Se deliberatamente volessi peggiorare il mio problema cosa dovrei fare o non fare, pensare o non pensare, dire o non dire>>. Ci porti tutte le risposte. Sa l’antica saggezza recita se vuoi drizzare una cosa impara prima tutti i modi per storcerla di più”. E ci salutammo.

La volta dopo, alla domanda come sono andate le cose, la signora esordì “Fuochi d'artificio!”. In un primo momento non mi era chiaro ma continuando a raccontare fece capire che il figlio, subito dopo la sua confessione di debolezza, mostrò una maggiore disponibilità e apertura a collaborare. Il sabato mattina (una giornata invernale assolata), il figlio nel vederla che si stava adoperando per andare a fare la spesa, inaspettatamente, le disse: “mamma stai uscendo? Ti accompagno”. Lei entrò nel supermercato per fare la spesa mentre il figlio l'aspettava in macchina, all'uscita, lui come la vide sull'uscio le andò incontro per aiutarla. Poi le chiedemmo: “quali sono le risposte alla domanda del mattino”. Lei disse “Semplicemente continuare come stavamo facendo, ossia, se assecondiamo e se rispondiamo alle richieste di T. [la lettera iniziale del nome del figlio] anche quando non fa nulla di concreto per aiutarci”.

Noi ascoltammo con piacere quanto ci stava riportando e la lasciammo dicendole di continuare così come stava facendo: quotidianamente lamentare il suo stato di stanchezza e di debolezza ed evitare di mettere in atto ciò che avrebbe potuto far peggiorare la situazione. In terza seduta, replicò “Ancora fuochi d'artificio, ma doppi questa volta”. Oltre ad andare con lei e scendere dalla macchina per accompagnarla anche nel negozio, qualche giorno dopo a casa andò a trovarli lo psichiatra amico di famiglia e insieme andarono alle poste per ritirare un pacco contenente dei software ordinati da T.. La signora era felicissima e scoppiò in un pianto di gioia. Noi le facemmo notare che era stata veramente brava e che continuando in quel modo a breve avrebbe potuto vedere fuochi d'artificio anche più sorprendenti. Durante la quarta seduta oltre ad uscire aveva ripreso ad aiutarla in casa. Durante una passeggiata, il figlio le confidò “Sono felice perché da solo sto riprendendo in mano la mia vita. Cosa mi perdevo!?”. La madre tacque ma si commosse. La situazione stava prendendo la giusta piega. Prima di lasciarci chiese “Il padre mi sta chiedendo se può essere di aiuto, cosa gli dico?”.

Alla seduta successiva invitammo anche lui. Era un signore alto e robusto, sorretto da stampelle. Durante la seduta annuiva col capo a tutto quello che stavamo dicendo. La signora, manifestava una maggiore sicurezza e più forza, anche se per restare aderente all'indicazione stava continuando a lamentarsi. Il padre, invece, confessò “Talvolta mi sento in colpa per la situazione che sta vivendo T., vorrei fare qualcosa per aiutarlo, cosa posso fare?”. Gli rispondemmo “L'unica cosa possibile e che si rimetta in fretta fisicamente con la fisioterapia e che diventi sempre più forte psicologicamente, in modo da contribuire appieno alla gestione familiare. Per farlo riporti su carta i pensieri negativi, i dubbi, le preoccupazioni, tutto quello che prova e i suoi sensi di colpa”. Alla madre, oltre a continuare con le piccole lamentele e l'accettazione dell'aiuto, le indicammo di procedere cominciando ad eliminare da casa, ogni giorno, qualche piccola cosa, esempio un rotolo di carta igienica, oppure una saponetta, oppure qualche pezzo di gommapiuma, insomma, ogni giorno avrebbe dovuto togliere qualcosa fino a riprendere il possesso completo dell'ambiente domestico.

Il ragazzo, timidamente, tentò di opporsi. Chiedeva “Ma è proprio necessario, togliere...?” oppure “dov'è finito...?”. I genitori, anziché rispondere, avrebbero dovuto proporre qualche piacevole attività da fare insieme, esempio, scegliere un bel film da vedere insieme, progettare dove andare a mangiare il fine settimana per fare una sorpresa alla mamma., eccetera. Il padre nell'aggiornarci sugli effetti del compito riportò che grazie alla scrittura oltre a sentirsi più leggero, riusciva a prendere più facilmente le sue decisioni, anche quelle che un tempo gli avrebbero creato difficoltà. Tra padre e figlio, stava nascendo un'intesa e una complicità mai esistita prima. In più, il padre, in questo modo, si sentiva parte attiva di un processo di cambiamento e di benessere messo in atto da tutti e per tutti, riguardante non solo il figliolo ma l'intero sistema. La casa piano piano si stava liberando. La madre, avendo capito molto bene la logica dell'intervento, in un momento in cui l'altro bagno era occupato dal marito, senza alcuna esitazione si precipitò nel bagno grande in cui non entrava da tempo.

Il figlio pur rendendosi conto non disse nulla. Da quel momento in poi continuò ad usarlo normalmente. La settima seduta venne fissata dopo tre mesi [eravamo nella fase del follow-up]. Tra una seduta e l'altra entrambi i genitori proseguirono secondo le indicazioni e in casa i segni di quello che si era vissuto erano quasi del tutto spariti. All'ottava seduta, dopo altri tre mesi, la signora era distesa e raggiante, il suo viso esprimeva la felicità che disse di provare. La situazione col figlio era quasi del tutto risolta. Scherzando ma orgogliosamente ci mostrò quello che stava avvenendo sulla sua testa; si stavano notando dei cambiamenti: vi era un'evidente ricrescita che riduceva il diradamento e rendeva più uniforme la capigliatura. Ci lasciammo dicendo loro di porsi nei confronti del figlio e tra loro come se quel periodo non ci fosse mai stato. Fissammo l'appuntamento successivo dopo sei mesi. Li rivedremo in marzo per gli auguri di Pasqua.

M. C.

 

 

 

 

 

Share/Save/Bookmark back to top

"LA VOCE ROMANA"

Quotidiano on line di cultura, politica, attualità, sport
Iscritto al n. 10/2010 del 4 novembre 2011 del Registro Stampa del Tribunale di Cosenza
Copyright 2016 - Tutti i diritti riservati
Direttore Responsabile: Bonofiglio Francesco (detto Gianfranco)
Direzione e Redazione: Via G. Rossini, 37 - 87036 Rende (Cosenza) - Italia
L'autore del sito non è responsabile dei siti collegati tramite link né del loro contenuto che può essere soggetto a variazioni nel tempo.

Chi siamo | Politica dei Cookie | Editoriali | Note Legali | Pubblicità |Web Mail | Mappa del Sito |                                          La Voce Romana © - Tutti i diritti riservati - Powered by 

Il presente sito fa uso di cookie che consentono di fornire una migliore esperienza di navigazione