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CRONACA DI UNA TEMPESTA di Loredana Simonetti

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Nell’ultimo quarto del secolo XIX l’America diventò la speranza di vita per migliaia di famiglie europee. Quando la terra non produceva frutti e la fame era la più grande preoccupazione con cui convivere, circa 16,5 milioni di persone abbandonarono le loro terre d’origine e affrontarono viaggi disperati per raggiungere le grandi praterie americane, dal Dakota all’Iowa, terre buone da coltivare per iniziare una vita nuova nella certezza di una speranza per il futuro.

Un ultimo saluto alle montagne innevate norvegesi, alle foreste sempreverdi irlandesi prima di affondare quei ricordi nei lontani paesaggi familiari.

Quelle praterie nordamericane accolsero gli immigrati che, ritrovando serenità, furono in grado di insediare nuove radici e affrontare una vita migliore. Non potevano, però, immaginare che quelle terre fossero vulnerabili alle tempeste di neve e impararono presto ad avvistare le nuvole fuligginose che presagivano la tempesta in arrivo.

Una tragica tempesta rimase storica, quella del 12 gennaio 1888.

David Laskin, nel suo libro “La tempesta dei bambini” (Gingko Edizioni, 2014, pp. 335, 16,00) ricostruisce con precisione certosina la drammatica vicenda vissuta da quelle popolazioni. La sua cronaca, a tratti romanzata, spiega i fenomeni atmosferici che colpirono quella fetta di terra, così esposta alle tempeste e ai repentini abbassamenti di temperatura. Anche la stazione di meteorologia, che non diede l’allarme della catastrofe in arrivo, fu sotto inchiesta.

Nessuno, alla fine, ebbe colpa della mancata previsione e la perturbazione atmosferica con quell’ondata di freddo inesplorato stese un velo di morte ovunque, e in particolare su 250 bambini che, di ritorno dalle scuole, cercarono di aiutarsi l’un l’altro, morendo assiderati.

Il tempo si ferma quel 12 gennaio, si ferma per sempre di fronte alla prostrazione di quei piccoli corpi nella neve. “Al calar della notte, ognuno di loro dovette capire che non vi fosse alcuna speranza di fuggire e trovare un riparo, nessuna possibilità di essere trovato. L’inimmaginabile era accaduto.”.

Poche famiglie abbandonarono le praterie dopo quella catastrofe e con lo sguardo indurito dal lutto tremendo, la popolazione sopravvisse lo stesso ma il grande boom del Dakota ormai era finito.

“Mille tempeste di polvere e ghiaccio e povertà e disperazione sono andate e venute da allora, ma questa è quella che hanno sempre ricordato. Da quel giorno, il cielo non è mai più sembrato lo stesso.”.

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